CD & Champagne

Girando nei dintorni di Parigi, nelle sue colline e campagne, spesso ci si imbatte nell’universo di vigneti e cantine celebri che producono grandi Champagne che provengono dalla celeberrima zona di Reims...

02/01/2018
di Antonio Gaudino a.gaudino@katamail.com

 Alcuni anni fa mi sono imbattuto nel ‘fantastico sestetto‘ di Avize, comune francese di 1.853 abitanti situato nel dipartimento della Marna nella regione del Grand Est, a circa 150 km da Parigi, soprattutto nella meravigliosa tenuta di Anselme Selosse. Una sorpresa e un mito, Per chiunque si intenda di champagne. Anselme ha dato il via a un modo diverso di fare champagne e si può dire che sia stato uno spartiacque: prima di lui c’era un certo champagne di nicchia, di piccole cantine per intenditori, dopo di lui c’è la grande produzione dei più noti e chi ama e degusta solo champagne “alternativi” alla grande produzione che finisce dalle enoteche ai grandi market. Il suo champagne, invece, è profondamente diverso dagli altri. Migliore, mi sento di affermare. I suoi champagne hanno una personalità fortissima, ad alcuni potranno anche non piacere, forse, ma sono innegabilmente opulenti, raffinati, profondi, sofisticati e vinosi, soprattutto… che definirei: naturalmente naturali. Questa la giusta definizione. Comunque, con questo ‘magnifico sestetto’ mi auguro che anche voi lettori uniate la qualità sonora di album e artisti immortali imparando e degustando la maestria e la bontà dello Champagne prodotto da Anselme Selosse, in Francia sicuramente di grande fama. Quali dei 6 champagne realizzati per apprezzarlo? Dovrei dire l’Initial, il suo champagne più diffuso, ma quel qualcosa in più che hanno il V.O. el’Exquise (ne rappresentano la selezione migliore, il riassunto perfetto che lega le uve più mature ai lieviti e poi non è dosato) mi porta a consigliare questi tre dei sei (tutti di altissimo livello, sia chiaro) in particolare, in quanto sono le produzioni perfette che incarnano l’etichetta Selosse quale simbolo, prototipo, sintesi del grande gusto nel realizzare champagne del maestro Anselme.

Erik Satié
Gymnopédies N°1,2,3
Pascal Rogé
(London/Decca)

Gli amanti della ricercata musica per pianoforte di Erik Satié avrebbero rifiutato il semplice suggerimento, di alcuni critici, che i suoi brani siano solo musica di sottofondo per documentari e film. Infatti, è stato lui a dedurre ciò descrivendo alcune delle sue composizioni come "musicalità mobile". Il Trio Gymnopédies sorprendentemente non rientra in questa categoria.
La parola "gymnopédies" si riferiva originariamente alle antiche danze greche che onoravano 'Apollo eseguite da giovani nudi per un periodo di pochi giorni. Il pezzo di Satié è stato scritto nel 1888 e molti (noi si Suono compresi) ritengono che abbia posto le basi per la cosiddetta "musica d'ambiente" odierna.
Sono stati fatti molti arrangiamenti dei pezzi deliziosamente d'atmosfera di Satié, con le orchestrazioni di Debussy del primo e del terzo periodo, probabilmente i più autorevoli. Il nostro primo prescelto per la migliore registrazione è il pianista italiano Aldo Ciccolini, nato nel 1925, che è anche l'anno della morte di Satié.
Fu Ciccolini che, negli anni '60, ha suscitato un nuovo interesse per la musica idiosincratica del compositore francese. Le sue rappresentazioni sono particolarmente liriche ma sono disturbate da uno sfondo estremamente rumoroso che pregiudica un ascolto altrimenti attraente.
A parer nostro le registrazioni per Decca records del pianista Pascal Rogé è forse il momento più alto nel trasmettere e tradurre al meglio il lavoro, l’Opera di Satié: la sua interpretazione emana classe e il primo pezzo, molto popolare, viene trattato con la massima sensibilità. Vale la pena ricordare che la registrazione di Rogé è disponibile anche su Decca's Originals, ma non contiene la continuazione del suo eccezionale studio sulla musica di Satié disponibile nell'album di compilation che qui recensiamo. Sapori e profumi unici, un capolavoro da sorseggiare e gustare per un capolavoro da gustare, come Champagne Brut Initial che arriva direttamente dalla cantina Jacques Selosse, uno Champagne unico per ogni occasione, che sorprende tanto quanto la classe di Rogé al pianoforte nel suo studio dell’intera Opera di Erik Satié.

 

ELLA FITZGERALD & JOE PASS
Speak Low
(Pablo)

Ella Fitzgerald e Joe Pass rimarranno sempre l'esempio ultimo di una chanteuse e un chitarrista esperti, molto speciali, che si esibiscono insieme, non offrendo mai niente di meno del loro meglio. Questo CD è solo uno dei tre o quattro album che Ella e Joe hanno fatto insieme; e noi abbiamo ricevuto in dono questo premio tutto il loro duro lavoro!
Il CD apre con la title track "Speak Low". Che ballata! La voce di Ella è ricca, calda e vibrante nonostante il fatto che è stata registrata alla fine della sua carriera. Ella canta con passione e usa tutta la gamma della sua voce per offrire "Speak Low" alla perfezione. Joe Pass suona bene, come suo solito, la chitarra: è misurato e non invadente, ma sa ricamare gli spazi tra la voce di Ella come mai nessuno prima di lui. Sorprende sentire quanta magia ci sono in queste tracce scelte da Ella e Joe, “pepite” uniche quali "Comes Love", che indossa una melodia romantica; e il trattamento di Ella del testo ci lascia stupefatti come se non avesse bisogno di altro da aggiungere! Ella gioca anche con il tempo della sua voce inseguendo Pass e in un gioco di sintonia e di inseguimenti a vicenda. “I May Be Wrong (But I Think You’re Wonderful)" permette a Ella di interpretare una ballata d'amore classica e conosciuta, e la sua interpretazione brilla come l'oro e per questo somiglia allo Champagne V.O. (Version Originale), ottenuto da un tipo di Uva che nasce ad Avize, un comune francese di di circa 1850 abitanti nella regione del Grand Est, a circa 150 chilometri da Parigi. Nell’assaggiarlo ci è parso un perlage di gran classe amato dai palati che amano la tradizione senza temere l’incontro con un sapore così attuale ma senza tempo. Un paio di Coppe di questo nettare imperiale, e le parti cantate di Ella ci sembrano collocate direttamente davanti all'arrangiamento musicale della chitarra di Pass, mentre la cantante gioca di scat davvero molto bene, nonostante gli anni il “mestiere” resta. "At Last", una ballata resa così famosa dalla grande Etta James, brilla veramente come Ella la canta con un certo soul sullo sfondo che non tradiscono la versione di Etta e aggiungo qualcosa al jazz. “Gone With The Wind” presenta Ella che canta con energia mentre si astiene dall’essere irrealisticamente vivace in questo brano. L'arrangiamento di chitarra semplice ma commovente di Joe Pass aggiunge molto a "Gone With The Wind”, così magnifico già di suo ". E’ un album in cui Ella recupera tutta la sua grande maestria nel giocare con la Scat (uno stile di cantare imitando uno strumento con la voce), e per chi ama questo stile vocale deve ascoltare "Blue And Sentimental": superba!
Il CD finisce con "Georgia On My Mind". Joe inizia con alcune note con la sua chitarra, e anche se Ella e Joe mantengono il solito tempo lo infondono con il loro tocco personale. Ella prosegue con lo scat e Joe suona alcune note “piccanti” sulla sua chitarra. L'effetto complessivo dà all'album un finale particolarmente forte. La copertina di questo prezioso ed essenziale album è una bella foto di Ella Fitzgerald e Joe Pass insieme che si guardano con affetto, intesa e immensa stima. Ella Fitzgerald e Joe Pass avrebbero potuto far uscire un intero Box di riletture ei grandi standards che avrebbe reso anche i più grandi artisti verdi di invidia: non perdono mai una battuta su nessuna delle loro prestazioni perfette. Consigliamo vivamente questo CD per gli appassionati di Ella Fitzgerald e Joe Pass; e anche a tutti coloro che amano il pop con un “tono” e una predisposizione al jazz, siamo certi che gradiranno questo lavoro. Divertitevi tra jazz e Champagne dei migliori!

Miles Davis
Kind of Blue
(Columbia)

Sembra una scelta ovvia, ma non potevamo fare una serie chiamata "Essential" di 6 album per 6 Champagne di assoluto valore, senza includere (probabilmente) il più grande album jazz di tutti i tempi: Kind of Blue di Miles Davis. Mentre oggi, la maggior parte di noi riconoscerebbe questo eccezionale lavoro come la quintessenza del jazz standard, c'era una volta negli anni '50 quando qualcosa di simile sarebbe stato considerato rivoluzionario, anche per lo stesso grande Miles. All'inizio della sua carriera, Davis era diventato la figura più importante nell’hard bop, uno stile dinamico noto per i suoi cambiamenti di accordi incredibilmente complessi. Alla fine, però, Davis e altri musicisti molto simili a lui erano stanchi del jazz basato su be bop e cercavano un nuovo modo di suonare. Così Davis inserisce l'approccio modale al jazz: invece di progressioni di accordi densi, la dipendenza da modalità sulle scale utilizzate ha contribuito a rimettere in ordine le composizioni e riportare l'obbiettivo del musicista sulla melodia. Come spiegò Davis a The Jazz Review nel 1958, "Nessun accordo... ti dà molta più libertà e spazio per ascoltare le cose." Quando si va per questa strada, puoi continuare per sempre. Non ti devi preoccupare dei cambiamenti e si può fare di più con la linea di melodia. Diventa una sfida per vedere quanto puoi essere melodicamente innovativo. Un motivo importante per cui l'ascolto di Kind of Blue non invecchia mai - anche quasi sei decenni dopo - è la sensazione che stai ascoltando della magia fatta in tempo reale.
Dopo aver sperimentato questa teoria con l’album Milestones, pubblicato nel 1958, l'anno successivo Davis decise di fare un intero album basato sulle scale modali, per l’appunto Kind of Blue, questo album sarà conosciuto come la dichiarazione più definitiva di Miles Davis e, considerando la sua opera, questo ci sta dicendo veramente qualcosa di importante e assoluto sull’artista. Accompagnato da un dream team composto dal bassista Paul Chambers, dal batterista Jimmy Cobb, dal pianista Bill Evans, accanto ai sassofonisti John Coltrane e Cannonball Adderley, Davis ha dipinto un capolavoro modale universalmente venerato. L'intera band è stata lasciata libera in questa nuova forma e hanno lanciato il loro genio su pezzi squisiti come 'All Blues' e 'Freddie Freeloader'. Come Bill Evans afferma nelle note originali del disco: "Miles ha concepito questi adattamenti solo alcune ore prima delle date di registrazione ed è arrivato con schizzi di idee che hanno indicato al gruppo cosa si stava per suonare, perciò sentirete in queste performances qualcosa vicinissimo alla spontaneità pura.”. A questa pura spontaneità, che ha ben descritto Evans, sembra adattarsi perfettamente allo Champagne Exquise, un vino capace di varcare l’Oceano così come di rimanere nel vecchio Continente europeo, grazie alla duttilità del suo sapore capace di renderlo sia aperitivo che da vino da pasto; e così, alla soglia dei sessant’anni, l’album e lo Champagne hanno un gusto che resistono al tempo, alle mode, ai generi musicali: imperdibili!
Un motivo enorme per cui l'ascolto di Kind of Blue non invecchia mai, nemmeno quasi sei decenni dopo, è la sensazione che stai ascoltando una magia che viene fatta in tempo reale. Questo tipo di eleganza non invecchia. E a dire la verità, non c'è posto più cool in questi 5 composizioni in cui Miles ci ha condottoper tutto questo tempo, generazioni dopo generazioni.

Nat “King” Cole
Nat King Cole and his Trio
(Capitol Jazz)

Pianista, cantante nato a Montgomery, in Alabama, nel 1917 e ci lasciò nel 1965 Santa Monica (CA). Divenne celebre come cantante d’atmosfera, come dicono gli americani “crooner” (cantante confidenziale), ma fu anche uno dei migliori pianisti di jazz degli anni ’40. Inizialmente influenzato da Earl Hines, Cole sviluppò rapidamente un suo stile personale. Un’eccellente antologia dei suoi trii del 1944-49 illustra la logica delle sue invenzioni improvvisative (Trio Days), mentre un album con il trombettista Charlie Shavers e il sax tenore Herbie Haymer del 1945, con versioni scartate e tutto il resto, è interessante per il suo senso di creazione musicale in corso (Anatomy of a Jam Session). Classiche sono poi le incisioni in trio di Lester Young, Cole e Buddy Rich, in cui il pianista era stato in origine indicato in etichetta come Aye Guy per ragioni di esclusiva contrattuale (The Genius of Lester Young). I suoi assolo nella turbolenta atmosfera del Jazz at the Philharmonic e i suoi accompagnamenti ai tenoristi Illinois Jacquet e Jack McVea si possono ascoltare in una selezione di concerti (Jazz at the Philharmonic 1944-46). Agli inizi degli anni ’50, il suo successo come cantante lo allontanò per sempre dal mondo del jazz, aprendo la strada al successo e anche a importanti album come questo che abbiamo proposto “After Midnight: The Complete Session”, perché, pur non essendo più il giovane talentuoso pianista jazz della prima gioventù, lo stile, la classe gli consentì di realizzare album con standard meno jazz e più pop ma giocando tra vari generi e ritmi in voga all’epoca, quali lo swing, il mambo, il cha cha cha, la bossa nova che ritroviamo sparsi in decine e decine di album del periodo Latin-jazz e in questa completa session di standards in purezza, che ci ha fatto tornare in mente il vibrante gusto dello Champagne Substance con cui noi abbiamo accompagnato questo lavoro evergreen di Nat King Cole: unico!

Chet Baker
Chet Baker in Paris
(Barclay)

Nato a Yale, Oklahoma, nel 1929, al secolo Chesney Baker, è stato uno dei più grandi trombettisti della storia del jazz. La prima parte della sua carriera fu segnata da una straordinaria fortuna, che gli voltò poi clamorosamente le spalle. Nel 1952 suonò con Charlie Parker sulla costa californiana, e lo stesso anno incontrò il sdax baritone Gerry Mulligan, che con lui costituì un célèbre quartetto senza pianoforte. Ancora in pieno period formative, il solismo di Baker, in quell quartetto, appare caratterizzato non tanto dalla tecnica quanto dal timbro, che esprime un’indimenticabile, assorta mestizia; My Funny Vaentine ne è il migliore esempio. Brani come Walkin’ Shoes e Bernie’s Tune mostrano invece come I disegni tersi, pattinanti della sua tromba costituissero il fondale ideale per la corposa sonorità del sax baritone. Il freddo canto solistico di Baker suona tuttavia addirittura estroverso, al fianco dell’ascetico, rigoroso sax alto di Lee Konitz, che si unì al quartetto in un paio di sedute (Revelation) del 1953. L’anno stesso Baker balzò in testa ai referendum della ricista Metronome per la tromba, e costituì un proprio quartetto con il pianist Russ Freeman. Il suo linguaggio appare più esplicito e sicuro in quegli album, che ai tempi del vinile per un lungo periodo tutti purtroppo fuori catalogo, ma con l’avvento del CD fortunatamente riapparsi sul mercato (Jazz at Ann Arbor e Chet Baker/Russ Freeman Quartet). Nel 1955, a seguito dei successi ricevuti in patria, Chet Baker decise di partire per l’Europa con il gruppo e Live in Paris rappresenta la testimonianza più significativa di queste nuove promesse e dello stesso Chet, che poi ci lascerà molti anni più avanti in circostanze poco chiare ad Amsterdam, sul finire degli anni ‘80. Le session a Parigi per la Barclay restano documenti preziosi, unici come la combinazione di questo Champagne Lieu-dit Les Carelles che si intreccia perfettamente ai ritmi freschi e intensi come la combinazione di queste uve che allietano il palato per un album, dal vivo a Parigi, che allieta le nostre orecchie e quelli di tantissime altre persone, immaginiamo.

George Shearing Quintet
Latin Lace
(Capitol)

Pianista, fisarmonicista londinese, cieco dalla nascita, studiò musica classica fin quando, a sedici anni, non scoprì alcuni dischi di pianisti di jazz (Fats Waller, Art Tatum, Earl Hines e molti altri). Debuttò in pubblico con George Bampton, direttore di un’orchestrina da ballo formata da tutti ragazzi non vedenti. Ascoltato per caso dal pianista e critico musicale inglese Leonard Feather, fu preso sotto contratto dalla Decca. Pianista tecnicamente impeccabile, dal tocco cristallino e dallo swing aereo, Shearing incise, a partire dal 1939, una splendida serie di assoli di pianoforte in cui appare influenzato soprattutto da Fats Waller e Teddy Wilson, ma già con una caratteristica, personale chiarezza e melodiosità. Incisioni come A Pretty Girl Is Like a Melody (The Young George Shearing) sono tra le cose migliori che il jazz europeo avesse all’epoca prodotto, dopo il quintetto di Django Reinhardt. Shearing si recò per la prima volta negli Stati Uniti nel 1946, per tre mesi. L’amico Feather l’aveva preceduto, e gli procurò una seduta di incisione per la Savoy (So Rare), in cui il pianista appare ancora legato al linguaggio swing. Tornato in Inghilterra, per qualche tempo George Shearing si guadagnò da vivere come fisarmonicista con un tale Frank Weir. Nel dicembre del 1947 tornò ancora negli USA, dove portò a termine un’altra seduta di incisione ; Bop’s Your Uncle è un brano già più moderno del precedente So Rare. I suoi primi grandi dischi sono del 1948 : mentre negli USA era in corso lo sciopero discografico, Shearing incise a Londra gli stupendi Consternation e Man from Minton’s (The Early Years vol. 2), due temi armonicamente e ritmicamente boppistici, di ardita e personale costruzione. Al ritorno definitivo negli Stati Uniti, Shearing costituì, in circostanze quasi casuali, un quintetto con la vibrafonista Marjorie Hyams, il chitarrista Chuck Wayne, il bassista John Levy e il batterista Denzil Best. Dopo una prima seduta per la Discovery, Shearing, con tutto il quintetto, firmò un contratto con la MGM, per la quale incise di li a poco September in the Rain (Lullaby of Birdland). Fu un successo enorme, che lanciò improvvisamente Shearing come musicista di fama mondiale. Simpatizzante del cool jazz, che proprio in quegli anni appariva come il movimento jazzistico più interessante, Shearing ne divenne un elegante interprete. Da quel momento, molti album e la svolta Latin jazz che gli consentì di vendere tantissimi dischi in tutto il mondo. Sicuramente tra i migliori c’è Latin Lace, album che abbiamo scelto per gli standards che contiene e come esempio massimo di quel suono cristallino che lo contraddistinse sin dai suoi primi esordi, e che ricorda tanto lo Champagne Lieu-dit Sous le Mont, sempre della cantina Jaques Selosse, che incarna perfettamente lo spirito di questa eleganza cristallina, di album come Black Satin, White Satin, Latin Escapade e Velvet Carpet. Accostargli una coppa di questo straordinario Champagne è un doveroso, e molto piacevole, omaggio.

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