Un Maestro “tutto a mano”

Come fa un autore particolarmente prolifico, che sfida se stesso su più piani, ad aver pubblicato un unico, se pur abbondante, lavoro su disco? Lo abbiamo chiesto al diretto interessato!

16/05/2020
di Daniele Camerlengo

Ezio Bosso è, per cosi dire, nato musicista, visto che frequenta l’arte delle sette note dall’età di quattro anni grazie agli insegnamenti di una prozia pianista e del fratello anch’egli musicista. Già a 16 anni debutta come solista in Francia e inizia a girare le orchestre di mezza Europa. Da subito si distingue per la sua notevole poliedricità che gli consente, a partire dalle composizioni classiche, scorribande tanto con le grandi orchestre sinfoniche che con quelle da camera o solistiche, con “incursioni” nel mondo del cinema (la colonna sonora di Io non ho paura di Gabriele Salvatores) e nel teatro, nella danza e nella sperimentazione con la musica contemporanea. Eppure, nonostante l’immensa mole di opere, composizioni e collaborazioni, al suo attivo vanta un unico disco solista ufficiale, The 12th Room, costituito da due parti, separate anche fisicamente in altrettanti dischi: dodici brani uno, un’unica suite da 45 minuti, senza interruzione, l’altro... Quasi a sottolineare almeno due delle anime del musicista…

Come ti sei avvicinato a questo meraviglioso strumento che è il pianoforte?
Quando penso alla musica la concepisco come un fattore magico della preesistenza, una vera magia, come quella delle favole; in particolare, mi piace citare quella di Harry Potter: non è il mago a scegliere la bacchetta magica ma è quest’ultima a scegliere il mago! Sono convinto che sia così: lo strumento viene da te. A volte i genitori hanno un ruolo determinante nella scelta dello strumento, altre volte è la vita che decide per te. Spesso noi uomini vogliamo relegare le cose belle, quelle magiche, a dei fattori pratici e anche un po’ cinici; nella musica, invece, è tutto diverso: da posture strane, da cose meccaniche nasce una poesia infinita.   Un rapimento vicendevole… C’è stato lo zampino di qualcuno, oppure un ascolto che ti ha affascinato? Da bambino mi entusiasmavo solo per la musica: ogni volta che vedevo uno strumento diventavo felice. Mio fratello maggiore, che è stato anche un po’ il mio papà, avendo dodici anni più di me, si accorse subito che la musica era la mia felicità e convinse il resto dei miei familiari a farmi andare avanti nel mio percorso musicale.  

Quindi hai iniziato gli studi… raccontaci il tuo percorso, cosa ti è piaciuto e cosa no.
Appartengo all’ultima generazione di musicisti che ha studiato con metodi di studio ottocenteschi, particolarmente rigidi. All’età di quattro anni la mia insegnante era una prozia: non mi ha fatto toccare il pianoforte finché non ho imparato il solfeggio. Ho appreso prima a leggere la musica che a leggere le parole. Quando sento che le persone abbandonano la musica per colpa del solfeggio rimango stupito; è come non voler parlare più perché non si vuole imparare la grammatica. Volevo conoscere questo linguaggio meraviglioso per arrivare al piano, per me era un’urgenza. Non mi piaceva quel metodo, io volevo suonare Bach, ma lei mi insegnava solo la tecnica. Questo era un sacrificio nella sua accezione più bella nella sacralità di arrivare. Poi il mio ultimo maestro, quello vero, mi disse: “lo so che tu vuoi fare il diverso, io ho ottant’anni e so quello che faccio, tu adesso fai come faccio io e poi troverai la tua strada.”   La Figura di riferimento di quel periodo, un Eroe o un periodo musicale. Da bambino il mio mito era Franz Liszt e, di nascosto, dirigevo Les Préludes di Liszt. Nel corso della mia carriera ho diretto tanta storia della musica ma mai Les Préludes di Liszt; suono Chopin, che però era protetto da Liszt, e mi piaceva molto anche Niccolò Paganini. In effetti, li vedevo come dei supereroi con i loro capelli lunghi e le basette. Anche io, da grande, ho avute le basette e mi sono accorto che vestivo ottocentesco… quei personaggi erano dentro me.

C’era un Compositore più moderno che ti affascinava sempre in quel periodo…
Da bambino amavo Claudio Abbado, mi sembrava di conoscerlo da sempre, era una persona gentile. Mi ricorderò sempre di un “Pierino e il lupo” con Benigni, all’epoca avevo 10 anni. Poi l’ho conosciuto a vent’anni e ho suonato con lui nella sua orchestra, la Chamber Orchestra of Europe. Col tempo ho avuto anche la fortuna di diventare suo amico. Altro personaggio per me particolarmente importante è Ludwig Streicher.

Sei famoso in Italia anche per le colonne sonore che hai realizzato per i film di Gabriele Salvatores: Io Non Ho Paura, Quo Vadis Baby? e il recentissimo Il Ragazzo Invisibile. Ti piace il ruolo del compositore di “musica per immagini”? Rifaresti la stessa esperienza?
Ripeterei l’esperienza. Devo ammettere che la colonna sonora del film più famoso tutto era tranne che musica da cinema; potrei dire, anzi, che sia stata un insulto per chi fa musica da cinema. Un bravo comico romano mi disse che non facevo colonne sonore ma piccole poesie inserite poi nelle colonne sonore. Alcuni registi e coreografi amano la mia musica, la considerano un loro arricchimento. Se fossi stato un buon musicista di cinema avrei fatto tutti i film di Salvatores, ma per me è stato bello così, è stata una palestra di umiltà: infilare i tuoi pensieri nei tempi di un montatore, di un regista o di un produttore.

Come vedi l’Italia dal punto di vista della musica, della cultura e delle arti, vivendo fuori dal nostro Paese?
Vedo un Paese spaccato a metà: da una parte le persone hanno desiderio di arte, di bellezza, di poesia, di cultura, dall’altra chi amministra ne ha un po’ paura e questa paura li inibisce. La musica libera fa perdere il senso del tempo, un’altra magia che sottolineo sempre ai miei colleghi quando dirigo o ai miei studenti quando li ascolto; ti rendi conto di possedere uno dei più grandi poteri dell’universo che è il tempo. Si dice persino “rubare il tempo”, quel tempo possiamo farlo correre o fermalo, questo è il grande potere che abbiamo noi musicisti. Dobbiamo esserne responsabili, chi ci mette le mani, chi organizza e chi scrive, deve usare questo potere con responsabilità, come diceva lo zio di Peter Parker: “Da ogni grande potere deriva una grande responsabilità.”

Qual è l’insegnamento più importante che trasmetti ai tuoi allievi?
Il più grande insegnamento della musica è ascoltare… un bravo musicista sa ascoltare e quando ascolti sei generoso, non suoni mai per te, suoni sempre affinché l’altro suoni meglio di te; questi vasi che comunicano creano il “terzo suono”, quello che non è scritto. Favorire l’ascolto dell’altro, renderlo chiaro, su questo lavoro.

In una tua playlist, quali brani o compositori non mancherebbero mai?
Non mancherebbero mai Bach, Les Préludes di Liszt, brani di John Cage, Chet Baker, Miles Davis, Paolo Fresu… troppi da elencare.

La dodicesima stanza è il tuo primo disco fisico, pertanto fino ad ora hai vissuto in un mondo musicale liquido. Cosa ne pensi?
Ho varcato quel confine perché la gente me lo chiedeva. In passato nessuno mi faceva fare un disco. Per il mio lavoro ho registrato tanto, anche in luoghi importanti come Abbey Road; ho lavorato con i più grandi fonici del mondo, e nessuno capiva perché le case discografiche non fossero interessate, nonostante il pubblico mondiale mi chiedesse dove poter trovare la mia musica. Per un po’ è stata una frustrazione, poi decisi di condividere un pezzo della mia storia regalando alle persone l’accesso alle mie composizioni; così, ho pubblicato tutto in modo che vi potessero accedere. A Spotify preferisco la bellezza del gesto di mettere il disco e fermarsi un attimo. Un disco è una fotografia di un momento, come quando trovi delle vecchie foto; tutte le mie registrazioni sono quasi live, mi piacciono le foto vecchie, quelle di Whitman con il difetto, mi piace il rumore della vita. Mi piace l’idea che ci sia l’imperfezione e il respiro della gente.

The 12th Room rappresenta un percorso unico, dodici stanze alle quali hai dato dei nomi emblematici.
Sono dodici stanze della vita di chiunque. Non pensiamo mai a quanto in realtà siano importanti le stanze. Quelle che racconto sono stanze che ho vissuto, dal cui incontro sono nati dei racconti come quello di The Tea Room, del veterano inglese che vuole apparecchiare la stanza più bella per liberarsi dell’orrore della guerra, legarsi a una stanza bella per scappare dal buio della violenza. Ho realizzato un libro fatto di piccoli racconti che portano a quella dodicesima stanza che in realtà è la tredicesima.

La Sonata No.1 in G minor è colore ed emozione. Perché hai scelto questa forma musicale?
La forma sonata è arrivata da sola e allo stesso tempo sono legato ad essa. Le mie composizioni derivano quasi tutte da quella forma ancora da esplorare e da cambiare, proprio come ha fatto il mio papà Beethoven. La sonata è un percorso. La forma è importante nella musica perché è una responsabilità: io vivo, non è solamente espressione di cuore e amore, essa pervade le nostre cellule, entra nel cuore ma deve farci pensare. Split Postcards From Far Away (The Tea Room) è una piccola sonata, dove c’è un’ introduzione che diventa movimento veloce, un trio e poi la coda.

C’è un aneddoto della tua carriera che ricordi con molto piacere?
Me ne vengono in mente due, il primo è divertente: mentre dirigevo un’orchestra, il primo violino, grandissimo strumentista russo, mi disse: “Maestro, però lei ogni volta ci chiede il massimo e finisce le prove come se avesse fatto non uno ma quattro concerti assieme, invece bisogna risparmiare le energie”. Gli risposi che solo attraverso l’energia la musica ci regala il feedback della conoscenza; e se uscendo dalla porta mi cadesse un pianoforte sulla testa? Morirei avendo come ultimo pensiero quello di aver suonato un po’ moscio. Voglio sempre suonare fino in fondo, ogni giorno, dando tutto me stesso. Il secondo riguarda la donna che amo, l’ho conosciuta proprio mentre suonavo, mi sono girato e lei era lì…

Hai avuto una brutta esperienza di salute e attraverso di essa sei riuscito ad apprezzare la bellezza della vita.
Penso sia molto importante ridere e gioire della propria vita; spesso cercano di farmi fare “il testimonial della sfiga”, vogliono stigmatizzare la mia malattia a scopi mediatici. Sono un uomo che ha una disabilità evidente in mezzo a un’umanità che ha altri gravissimi disagi interiori che non si vedono, tristezze varie. Dico sempre che sorridere avvicina più dei passi, fa andare molto più lontano, apre molte più porte.

Come nascono le tue composizioni?
Attraverso lo studio: faccio tante ricerche, sono probabilmente un esploratore di ciò che gli uomini danno per scontato. Ho scritto sul respiro, sui cartelli stradali, sul mare, sugli alberi. Suono tutto a memoria, dirigo tutto a memoria, ricordo tutto ciò che ho suonato nella vita e questo crea in me, probabilmente, una tecnica per scrivere di cui io sono inconsapevole. Non chiedetemi come si fa, non lo so, però bisogna innanzitutto studiare.

Dirigere cosa significa, come lo spiegheresti a un profano?
Dirigere è la dimostrazione della magia. Con una bacchetta si scatenano il paradiso e l’inferno, la forza e la delicatezza, dirigere è stare insieme agli altri, è motivare, è essere mentore. In inglese è una delle parole più belle: conducting, condurre come un filo tra tutti, condurre l’elettricità come fa il rame. Alle volte vorrei stare seduto, aspettare l’orchestra che arriva e prende l’applauso.

Descrivici il tuo rapporto con le arti.
Mi piace molto leggere ma adoro tutte le arti. Spesso mi etichettano come minimalista, forse perché ho un cognome a cinque lettere come tutti gli esponenti ufficiali: Glass, Young, Reich, Riley. Il mio rapporto con il minimalismo nasce grazie alle idee di Sol LeWitt e David Tremlett: ho avuto la fortuna di ispirarmi alla ricerca dell’essenza che ti stupisce. Mi piace tutto ciò che arricchisce e migliora le nostre vite.

Il libro Le dodici stanze di Monsieur Hannibal dello scrittore Hervé Jaouen sembra avere delle vicinanze concettuali con il tuo lavoro discografico.
Come direbbe Goethe, si tratta di un’affinità elettiva; probabilmente anche lui si ispirò a questa teoria misteriosa, la vita non è un tempo ma essa è uno spazio e lo spazio è infinito, basta viverlo…  

[ Pubblicato su SUONO n° 504 - febbraio 2016]

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