MI AMI davvero? Incontro con Carlo Pastore

L’emergenza sanitaria legata al Covid-19 ha impattato violentemente sul mondo della musica live, bloccando concerti, esibizioni, tour e festival e spingendo un intero settore a ripensare se stesso. Abbiamo provato a immaginare con Carlo Pastore, direttore artistico del MI AMI di Milano, il futuro dei festival musicali, partendo da un dato inconfutabile: la voglia di ritrovarsi presto, senza compromessi né mascherina, riuniti sotto un palco.

14/10/2020
di Francesco Bonerba

Caporedattore di “Rockit” a 19 anni, due esperienze televisive con MTV e X-Factor, nove anni di conduzione di “Babylon”, programma musicale trasmesso su Radio2 fino al 2019, frontman di una band (i Wemen) e soprattutto direttore artistico del MI AMI - Musica Importante A Milano, festival che dal 2005 intercetta le nuove tendenze della musica italiana: bastano queste poche righe a intuire che dietro la carriera di Carlo Pastore c’è qualcosa che va oltre la bravura e la professionalità, c’è una passione incendiaria che l’ha portato a muoversi alla “velocità del suono”, intercettando in anticipo le tendenze e i volti nuovi del nostro panorama musicale. Affidandoci alla sua capacità “divinatoria”, l’abbiamo raggiunto telefonicamente prima dell’estate per capire cosa è accaduto al mondo della musica dal vivo.

MI AMI 2020: qual è la situazione attuale?
Abbiamo deciso di rinviare MI AMI, previsto dal 28 al 30 maggio, per ovvi motivi dovuti alla situazione contingente. Pur essendo consci che realizzare il festival quest’anno sarebbe stato estremamente difficile, abbiamo deciso di spostarlo, con un atto di speranza, a metà settembre, per tenere in vita un sogno che qualche mese fa ci sembrava ancora percorribile. Attualmente, dunque, il festival è programmato dal 18 al 20 settembre (il festival è stato poi definitivamente rimandato al 28 - 30 maggio 2021. Come si legge sul sito ufficiale: “Le attuali norme sugli eventi dal vivo e il permanere dello stato di incertezza sui grossi assembramenti ci impediscono di realizzare un festival come vorremmo e come meritereste, costringendoci a prendere la decisione definitiva di darci l'appuntamento al prossimo anno”, ndr.); speriamo venga detto presto, a livello governativo, cosa ne sarà dell’estate dei festival e degli eventi musicali e quali saranno le linee guida per le iniziative di cultura e intrattenimento che prevedono assembramento. Questo aiuterebbe il lavoro di tutti.

Cosa è successo quando è stato chiaro che non sareste stati in grado di svolgere la manifestazione di quest’anno nelle date previste?
Avevamo previsto per l’inizio di marzo l’annuncio della line-up e l’apertura della vendita dei biglietti giornalieri mentre già in precedenza avevamo reso disponibili gli abbonamenti, con una politica di prezzi scaglionata nel tempo che premia gli appassionati più fedeli al festival, che ci seguono indipendentemente dagli artisti coinvolti. Eravamo quindi pronti a pubblicare il frutto del nostro lavoro e avevamo cominciato ad annunciare un artista al giorno. Quando, a fine febbraio, si è iniziato a parlare in modo serio di Coronavirus, abbiamo deciso di non annunciare la line-up, rinviandola, e bloccare la vendita dei biglietti, prendendoci un po’ di tempo per capire in che modo la situazione si sarebbe evoluta. Con il passare dei giorni, purtroppo, è stato chiaro che il festival a maggio non si sarebbe potuto fare e quindi abbiamo preso la decisione di rinviare le date senza però annunciare la line-up né mettere in vendita i biglietti. Adesso siamo in attesa che il governo ci dica se il festival si possa fare oppure no e penso che presto potremo prendere definitivamente una decisione.

Dal 18 al 22 aprile scorso avete lanciato un sondaggio online in collaborazione con Rockit.it sul mondo della musica live durante e dopo l’epidemia, ottenendo quasi 15.000 risposte. Nel sondaggio il pubblico ha espresso consapevolezza del fatto che il ritorno alla normalità non sarà rapido (il 75% del campione pensa non avverrà prima del 2021) e una certa diffidenza verso un immediato ritorno alla normalità (il 50% non parteciperebbe a un concerto in mancanza di test sierologici o vaccino).
Il sondaggio, di cui mi sono occupato personalmente, è stato effettuato per fornire un punto di vista mancante a quella che in questo momento è la discussione tra operatori di settore e istituzioni. L’indagine ha risentito molto dell’umore del periodo ma dalle risposte emergono tre sentimenti prevalenti che, onestamente, sento di condividere anch’io: timore, incertezza e molta voglia. Timore perché le persone hanno paura di essere contagiate in una situazione di calca; questa, tuttavia, è una situazione che non si verificherà in quanto ci aspettiamo che il Governo, confortato dalle indicazioni del Comitato Tecnico Scientifico, non consentirà alcun tipo di assembramento e, come accaduto per bar e ristoranti che hanno avuto linee guida molto stringenti per distanza e sicurezza, elaborerà un protocollo anche per gli eventi. È evidente che non potremo più organizzare, perlomeno nel primo periodo, festival con 20.000 persone accalcate una all’altra ma non vedo perché, come accadrà nei ristoranti dove verranno osservate le distanze di sicurezza tra tavoli, non si possa avere al posto della musica di Spotify una band che suona. Sarà quindi importante capire come tornare a organizzare eventi non da diecimila persone ma da cento, l’importante è che si continui a fare musica dal vivo. Per quanto riguarda il secondo sentimento, l’incertezza, è qualcosa che stiamo vivendo sia come cittadini che come “abitanti del globo”: non sappiamo nulla di quello che succederà a livello sociale nel mondo del lavoro, come e quando si ripartirà, che impatto avrà la crisi economica con una caduta del PIL del 9,5% e come si tradurrà nelle nostre vite di tutti i giorni. Lo scenario globale di incertezza macro economica nella guerra tra USA e Cina, per esempio, si riverbererà anche nel nostro piccolo orticello? La situazione di incertezza è ormai relativa a tutti gli ambiti del vivere e del lavorare.
Però c’è anche la voglia, il terzo sentimento, la voglia di tornare a vivere. La musica e la cultura da sempre sono parte integrante del vivere e forse bisogna renderci conto che anche il diritto all’assembramento è una parte essenziale del vivere che se verrà continuamente negata nel tempo potrebbe riemergere in maniera illegale. Ritengo quindi sia opportuno che tutti gli operatori del settore vengano coinvolti nel processo decisionale e sia data loro l’opportunità di continuare a organizzare eventi nell’ambito della legalità e dei protocolli.

A differenza del mondo del cinema, che in qualche modo sta reagendo al distanziamento sociale grazie allo streaming, la formula dei concerti live non ammette grandi trasformazioni – quasi il 40% di partecipanti al sondaggio rifiutano di partecipare a un concerto con mascherina. Spingiamoci quindi oltre e proviamo a immaginare un mondo in cui la prossimità sia impraticabile per un lungo periodo: cosa accadrebbe ai concerti?
Penso che, similmente a quanto accade oggi in un supermercato o accadrà a breve nei ristoranti all’aperto dove saranno introdotti protocolli di sicurezza, limiti di distanziamento e dispositivi di protezione per gli addetti o per i camerieri, anche gli eventi musicali live si adegueranno alla situazione. Non c’è differenza tra il cliente di un ristorante e un appassionato di musica che assiste, seduto a un tavolino, a un evento musicale all’aperto mentre su un palco musicisti suonano a distanza di sicurezza l’uno dall’altro. Mi rendo conto che la gente che ha risposto al sondaggio aveva in mente l’immagine del mondo “di prima”, ma è evidente che un ritorno a quella dimensione non sarà possibile: nessun comitato tecnico scientifico autorizzerà mai assembramenti – perfino le partite di calcio, qualora dovesse riprendere il campionato, saranno a porte chiuse. Si tratta, ovviamente, di trovare soluzioni intermedie che possano preservare la filiera nella sua dimensione più ridotta perché i macro eventi come il MI AMI dovranno necessariamente attendere una soluzione più radicale e a lungo termine come il vaccino.
Nel sondaggio le persone ci dicono che c’è voglia di tornare a partecipare ma c’è incertezza sul come. Condivido il fatto che in tanti percepiscano i protocolli di sicurezza e la mascherina come un limite alla propria libertà, perché è un modo di rivendicare il diritto a vivere la musica e la socialità come prima, rifiutando qualsiasi palliativo. Noi dobbiamo rispettare questa volontà, non trasformare un live in un drive-in ma ripartire da una dimensione più raccolta con eventi magari per 50/100 persone che non ci faranno guadagnare ma siano in grado di mantenere la musica all’interno della socialità. Siamo in un periodo di transizione inevitabile nel quale non possiamo dire no a tutto: vanno trovate formule per mantenere la cultura e la musica attive e accese nelle nostre vite.
I festival sono una cosa vecchia come il mondo: li facciamo perché le persone amano stare insieme, condividere qualcosa dal vivo. Persone che potrebbero comodamente starsene in salotto e fruire un concerto in live streaming con dispositivi tecnologici di altissima definizione si ritrovano a guardarlo, magari  con una persona davanti più alta di 30 centimetri che ti toglie completamente la visuale, in un posto  qualsiasi. Perché? Perché solo in quel modo c’è socialità, convivialità, ed è qualcosa che nessuno riuscirà mai a cancellare.

Pensi che questa crisi possa essere un momento utile per ripensare il sistema, correggendone alcune storture (un quarto del campione del sondaggio ha segnalato il costo eccessivo dei biglietti)? O una volta passata la bufera tornerà tutto come prima?
In modo un po’ moralistico la pandemia viene vista come una sorta di giudice che divide il bene dal male e ci ricorda che siamo esseri umani fallibili. Il mio punto di vista è un po’ diverso. Sicuramente prima c’era un problema serio in alcuni contesti, dove il mercato è un po’ pompato: erano cresciuti troppo i prezzi dei biglietti e c’era stata una corsa a ingigantire le produzioni, con ledwall e orpelli che imitano il modello dei grandi eventi americani, una macchina di intrattenimento hollywoodiano. D’altro canto questa cosa ha permesso all’Italia di avere negli ultimi anni un mercato finalmente vivo e fiorente che desse l’opportunità di fare musica e un lavoro anche a chi fino a dieci anni fa non ci aveva mai pensato. Non riesco quindi a ringraziare la pandemia di avere risolto il problema del mercato pompato se poi ha ucciso tutto il resto e ritengo, da organizzatore di un festival, che dovremmo rimboccarci le maniche e cercare soluzioni adeguate allo schiaffo che abbiamo ricevuto, ripartendo con molta voglia e la consapevolezza sia che qualcuno potrebbe non rialzarsi sia che dovremo tornare a operare con lo spirito e gli strumenti giusti.

In termini pratici, invece, questa emergenza cambierà il modo di lavorare del settore, magari dotandolo di strumenti nuovi e finora poco considerati?
In effetti, la pandemia ci ha fatto parlare molto di più. Ci sono state call tra persone che probabilmente il giorno prima si prendevano a schiaffi: di fronte a nuovi problemi, l’intento comune è stato quello di trovare soluzioni reali a un problema reale, cooperando, parlando, condividendo esperienze personali, informazioni e scenari. A causa della difficoltà inaudita della sfida che ci troviamo ad affrontare, in questo momento si è sicuramente creata una rete vera, esplorando soluzioni nuove. Tutti cercano di capire cosa possa fare lo Stato per farci sopravvivere: ammortizzatori, contributi a fondo perduto, sconti sulle tasse, alleggerimento sugli affitti. Io penso che la discussione debba essere più interessante di così: cosa possiamo fare noi per svolgere al meglio il nostro lavoro? Cosa ci può dare lo Stato non per tenerci “a galla” ma per permetterci di lavorare con le giuste condizioni? Il mondo cambia e dobbiamo essere in grado di leggere le sfide che ci troviamo ad affrontare; per noi millennial c’è stata prima la crisi del 2008, dalla quale stavamo lentamente emergendo, seppur con la precarietà che contraddistingue la nostra generazione, e ora questo virus. Amo le sfide però… (ride).

In un’intervista hai parlato di diversi “cicli di vita” della musica del MI AMI. Adesso in quale ci troviamo?
La musica ha sempre un po’ anticipato i tempi, ci ha sempre indicato la strada. Il MI AMI finora ha avuto due grandi fasi: la prima (fino al 2008 circa) del cosiddetto “alternative”, durante la quale abbiamo raccontato il mondo musicale alternativo legato agli anni ’90; la seconda (fino al 204 circa) del nuovo cantautorato italiano, con i vari Brunori Sas, Dente, Luci della centrale elettrica. La terza è cominciata assieme a Lo stato sociale, Calcutta, i The Giornalisti e andando avanti il rap che si incrocia con l’indie, Fraquintale, Carl Brave, Franco 126, il mondo Bomba Dischi, Coez e altri, tutti artisti che hanno suonato al MI AMI. Abbiamo quindi sempre raccontato l’evoluzione della musica italiana. Questa frattura mi rende curiosissimo e ipereccitato di capire cosa i musicisti ci faranno ascoltare fra un anno; ci vorrà del tempo, forse un anno, forse due, per somatizzare questo momento e sono curioso di sapere come lo sintetizzeranno e trasformeranno in musica. Sono convinto che prossimamente ascolteremo cose potentissime perché la frattura che c’è stata nella società e nel mondo è talmente importante che solo la sensibilità dei grandi artisti potrà raccontarla, trasformandola in magia. Sono molto curioso. Si sa che le epidemie sono spesso degli acceleratori di processi storici. Forse eravamo arrivati alla fine di questo periodo dominato dall’indie-pop, dal rap e dalla trap. Chissà cosa accadrà tra un anno, che dischi ascolteremo, cosa uscirà di nuovo e travolgente.

Parlando proprio del futuro, il mercato della musica su supporto fisico rischia di essere definitivamente compromesso da questa crisi, mentre live e streaming auspicabilmente torneranno in auge trainando il settore. Dovremo presto dire addio a CD e vinili?
Se penso a quante volte abbiamo fatto il funerale del rock, del vinile, della radio… mi riesce difficile immaginare quanti altri funerali dovremmo celebrare prima di essere smentiti e smascherati dalla storia. Ogni innovazione tecnologica muta l’utilizzo dei dispositivi che abbiamo usato sino a quel momento ma non li cancella definitivamente; il vinile continua a essere un supporto molto amato perché la musica è nell’aria, la si ascolta, ma l’unico modo per averla tra le mani è il vinile o il CD. In tal senso sono stati bravissimi gli artisti di nuova generazione a “materializzarla” sotto forma non di supporto discografico ma Capsule collection e merchandising: pur non avendo il disco, che magari ascolti in streaming, attraverso una maglietta possiedi comunque la musica dell’artista, la sua identità. Da questo punto di vista credo che ci sia una inevitabile accelerazione di questo processo di smaterializzazione che, tuttavia, non cancellerà del tutto queste realtà. Alcune, magari, diventeranno delle nicchie di mercato, nicchie comunque importanti perché parte di un più ampio disegno di socialità di cui fanno parte anche le piccole cose e gli oggetti come l’acquisto di un disco, un libro, un LP.

Nel corso degli anni il festival è cresciuto moltissimo in popolarità e ha visto debuttare artisti poi diventati volti noti della nuova musica italiana come I Cani, Cosmo, Liberato e molti altri. Al di là di questo successo, qual è la più grande soddisfazione che quest’esperienza ti ha lasciato?
Mi sento come un marinaio che nel 1500 ha attraversato l’oceano per arrivare in America e tornare indietro… Fare questo festival, per me, è stata l’esperienza della vita, un senso di missione che si unisce a un senso di costruzione collettiva di un progetto. I festival sono progetti a 360 gradi che coinvolgono più discipline, sono progetti totali e totale è stato il mio impegno e la mia dedizione. Ci sono progetti che a volte diventano atti di ossessione ma MI AMI lo è stato in senso buono. Mi ha regalato grandissimi amici, soci, dispiaceri, arrabbiature e momenti irripetibili. Vedo il festival come un romanzo di formazione e in ogni edizione del MI AMI ritrovo un momento della mia vita. È una parte del mio corpo, un arto, senza il quale non riesco a camminare. Se sono riuscito a farlo è perché non si tratta semplicemente di lavoro, è un amore, una passione, una magia, un fuoco che mi sosterrà anche nelle difficili sfide che ci attendono quando questa emergenza sarà finita.

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