Intervista a Michele Anelli Intervista

Lavora con le parole da trent’anni, senza aver mai smesso di sperimentare e mettersi in gioco: Michele Anelli, classe 1964, prosegue la sua esplorazione artistica attingendo alla propria poesia interiore e agli episodi di cui è composta la nostra quotidianità, gemme grezze di cui si compone anche il suo nuovo album di inediti, Divertente importante

25/09/2018
di Francesco Bonerba francescobonerba@suono.it

DIVERTENTE MA IMPORTANTE

Non sono sette, come quelle dei gatti, ma almeno due le vite che Michele Anelli ha vissuto finora: la prima inizia negli anni Ottanta, quando forma il gruppo di garage punk “Thee Stolen Cars”, con il quale pubblica due album, e finisce nel 2009 quando i The Groovers, gruppo di cui è stato leader e autore di testi e musiche dal 1989, si sciolgono poco dopo aver ricevuto il premio “Fuori dal Controllo” per la carriera al MEI. La seconda inizia nel 2007 con la pubblicazione del libro Siamo i Ribelli – storie e canti della Resistenza, dal quale prende il via una nuova ricerca artistica che lo porta a realizzare due album contenenti la rivisitazione di canti resistenziali e del mondo del lavoro, un libro sulle radio libere dai giorni della Resistenza agli anni Settanta e gli album Michele Anelli & Chemako e Giorni Usati, nei quali affronta i temi del lavoro, dei cambiamenti sociali e dell’universo femminile. Del 2018 è il suo ultimo lavoro come cantautore, Divertente importante, prodotto da Paolo Iafelice per Adesiva Discografica.

Il tuo debutto sulla scena musicale avviene oltre trent’anni fa con il gruppo garagepunk “The StolenCars”. Qual è stata la motivazione che ti ha spinto verso la musica e quanto era diverso lo scenario negli anni Ottanta?

Negli anni Ottanta lavoravo per due radio locali e una fanzine chiamata “Fandango”. La passione per la musica andava crescendo e così, nonostante non fossi giovanissimo, a 20 anni iniziai a suonare il basso in una band su richiesta di un amico. Un mese dopo ero su un palco. Da quel momento ho capito che non avrei più mollato lo strumento. Due anni dopo sono partiti i Groovers. Ma suonare non mi bastava. Così ho iniziato a scrivere i primi testi. Il primo 45 giri uscì nel ’91 per la rivista Urlo di Vittorio Amodio.

La differenza tra ieri e oggi è che all’epoca, secondo me, tantissimi di noi hanno avuto la possibilità di iniziare una carriera musicale nonostante i costi da sostenere fossero comunque alti: per realizzare un album si partiva da 900.000 lire per l’acquisto di tre nastri. Una volta prodotto, però, si creava un certo tipo di attenzione attorno al lavoro. Sia gli StolenCars che i Groovers hanno ricevuto recensioni su “Ciao 2001”e molte altre riviste dell’epoca. Penso che oggi, invece, sia tutto più difficile perché c’è una spettacolarizzazione dei talent, del virtuosismo, è difficile affermarsi se non hai già fatto qualcosa ed è ancora più difficile sperimentare, un lusso che si può permettere giusto chi ha un proprio pubblico e già riempie qualche palazzetto. Non so se adesso un ragazzo agli inizi possa sperimentare. Noi sperimentavamo sul campo, suonavamo tantissimo, quindici date al mese, e alle feste nessuno ci chiedeva di fare cover.

Con chi ti piacerebbe suonare?

Ho un sogno nel cassetto... scrivere un pezzo per Eugenio Finardi; abbiamo suonato insieme due anni fa e scoperto che ci legano alcune affinità, tra cui i dischi degli anni Settanta. Nella mia collezione ho circa 4.000 titoli tra vinili, CD e cassette: non sono tantissimi ma un buon numero, e l’85-90% è musica americana, inglese o australiana; ho pochissime cose italiane tra cui il primissimo Bennato o il primissimo Camerini degli anni Settanta.

Parlaci delle tue abitudini: come e quando ascolti musica? Che importanza riveste per te l’alta fedeltà del suono?

Non ho mai smesso di acquistare vinili; ancora adesso vado per mercatini e cerco titoli che magari negli anni Ottanta avevo su cassetta. In alcuni casi ho discografie doppie, sia in vinile che in CD. Sono quel tipo di ascoltatore che appena può ascolta il vinile: non mi muove la nostalgia ma il fatto che, dovendo correre tutta la settimana, mi piace quel senso di tempo restituito dall’ascolto su disco e la ritualità che implica, come alzarsi per cambiare facciata. Al contrario non sono un ascoltatore di Spotify, lo utilizzo solo per pre-ascoltare dischi nuovi prima di acquistarli e gustarli poi con calma a casa, non in cuffia. Non sono mai riuscito mai a investire tantissimo su un impianto stereo però ho un impianto Bose con due vecchi amplificatori della Pioneer, un lettore CD della Denon e un piatto Audio-Technica.

Nel 2007 il passaggio dalla musica alla scrittura e a una serie di spettacoli: come hai vissuto questa “transizione artistica”?

Con i Groovers ho fatto sette album, il settimo è uscito alla fine degli anni Duemila e nel 2009 il MEI di Faenza mi ha conferito il premio alla carriera dei vent’anni. Io, però, essendo curioso per natura e amando le sfide, volevo avvicinarmi all’italiano. Ho iniziato quindi a cercare di capire tra i cantautori classici quale potesse fornirmi un background di riferimento che si avvicinasse a quello che avevo in testa. Da lì l’incontro con il canto popolare e i canti della resistenza che ho rielaborato in chiave folk americana, che è la mia matrice. I miei spettacoli sono sempre pieni di parole e musica, e così è nato il primo libro, Siamo i ribelli, nel quale ho raccolto alcune testimonianze sulle canzoni e sul modo in cui sono nate; a questo è seguito Radio Libertà, che ripercorre la storia delle radio libere partendo da quella dell’emittente biellese che durante la guerra, unico caso in Italia, suonava in diretta con una piccola orchestra.

Cosa vuol dire, secondo te, “resistere” nell’Italia di oggi? E quanto la musica può essere strumento di resistenza?

Penso che nella musica ci voglia coerenza, anche nei momenti difficili come quello attuale: bisogna andare avanti per la propria strada e dire le cose che ci si sente dentro. Coerenza significa anche essere portatori di un certo tipo di cultura: per me è il rock ‘n’ roll, che mi ha aperto gli occhi, mi ha aiutato a crescere, mi ha portato a fare delle scelte e le scelte, siano esse giuste o sbagliate, per me sono fondamentali nella vita. Resistere oggi significa riuscire a parlare alle persone con canzoni che spieghino la solidarietà, che raccontino come restare umani di fronte a determinate situazioni vincendo l’individualismo, che non porta da nessuna parte: chi ti è di fianco potrebbe aver bisogno di te e tu un giorno potresti aver bisogno di lui. Resistere significa anche combattere la velocità del mondo di oggi, che disarma e rimbambisce, privandoci del tempo dell’approfondimento e della comprensione: io ho avuto l’opportunità di assimilare un modo di lettura del mondo che mi circonda ma immagino quale possa essere la difficoltà per le nuove generazioni, schiacciate da un ritmo, una frenesia, che gli nega il tempo dell’elaborazione.

Lo scorso anno il primo libro di narrativa, La scelta di Bianca: otto racconti, otto personaggi femminili, otto storie diverse, tra cui alcune, prima di diventare racconti, sono state canzoni.

Facendo una ricognizione dei miei testi musicali mi sono accorto che molti trattavano del mondo femminile; le mie canzoni, però, sono talvolta ermetiche, così ho cercato, attraverso otto racconti, di esplorare e approfondire meglio alcune storie. Ne è venuto fuori un libro con CD.

Nel 2018 un nuovo album coraggioso e originale, Divertente importante, sorta di “piano sequenza” musicale che riassume una giornata di lavoro. Perché questo titolo e come hai raccolto il materiale che ha dato vita a questo lavoro?

Il titolo nasce proprio da una riflessione simile a quella di cui ti ho appena parlato: in questo momento sociale dove la gente si sente schiacciata dalle difficoltà sia economiche che fisiche mi piaceva l’idea di mettere in luce il fatto che dovremmo comunque trovare la forza di dare alle cose divertenti la stessa importanza di altre che reputiamo prioritarie. Se stiamo bene con noi stessi siamo in grado di resistere e combattere meglio, portando a termine la giornata in modo più sensato. Altrimenti si finisce per essere schiacciati dagli eventi. Te lo spiego con un esempio: dopo aver espresso questi concetti durante la presentazione di un disco, una persona ha scritto sui social: “Sono mesi che non esco di casa per un problema fisico abbastanza serio, mi sto curando e tutto quanto… Volevo ringraziare Michele perché da oggi ho ripreso a camminare nei sentieri, nei boschi vicino alla mia città, e ho capito che se non mi riprendo del tempo per me stesso non avrò le energie per combattere la mia sfida”. Questo è il senso di Divertente importante, un lavoro in cui tutti i pezzi nascono da storie in parte autobiografiche in parte raccolte negli ultimi anni ascoltando le persone: quelli più significativi sono confluiti nel disco; all’inizio erano venti, poi sono diventati undici. In ognuno c’è qualcosa di me e di quelle persone che sono state in grado di lasciarmi qualcosa di sé.

Il brano al quale ti senti più legato?

I primi due, Divertente, importante e Ignora gli ordini alieni, sono i più autobiografici perché raccolgono considerazioni su me stesso. Quando dico che “ci vuole talento per ripetere gli stessi errori” è perché a volte nella vita ripetiamo azioni ed errori ma ci vuole talento anche per risolvere la situazione di questi errori e, se li si ripete, per tornare a galla. Ignora gli ordini alieni perché nelle situazioni quotidiane faccio un po’ fatica ad accettare gli ordini; lo spunto per il testo mi è stato dato da Joe Strummer, che sulla sua Telecaster portava l’adesivo “Ignore aliens order”: me lo sono appuntato anni fa e finalmente ho avuto l’occasione di inserirlo in una canzone. In Ruvida emozione ed Est ci sono gli esodati che ho conosciuto anni fa a Lodi, in Buonanotte alcuni ragazzi con delle disabilità con cui ho collaborato e chi mi hanno insegnato tantissimo (dietro a ogni frasetta c’è il ricordo diverso di una persona), in Invisibili tutti coloro che, in questa vita così veloce, come dicevamo prima, non riescono a farsi conoscere, ad avere una voce, a spiegarti qual è il loro modo di vivere.

Nell’album si percepisce un moto di resistenza all’impassibilità verso la vita, verso gli ordini subiti, verso l’invisibilità degli altri. È secondo te una battaglia anche della musica di oggi, spesso “congelata” tra imposizioni produttive, la reiterazione di certi modi di fare e la paura di osare muovendosi verso lidi impopolari?

Penso che chi abbia successo debba avere il coraggio di esporsi. Al di là delle contraddizioni che ciascuno di noi ha, se scrivi, se dici qualcosa, devi anche aiutare le persone a capire che possono esserci altri punti di vista e che le cose non vanno accettate passivamente. In questo momento storico regna la confusione, è difficile che ci sia un anno zero come il ’76, anno in cui emerse il punk. Difficile immaginarlo ma certo non impossibile: magari in qualche cantina in questo momento in cui stiamo parlando c’è qualcuno che sta inventando una nuova rivoluzione musicale. E a noi spetta il compito di accettarla.

Quali i progetti nel cassetto per il tuo futuro?

Ho trascorso gli ultimi due anni a realizzare questo disco che ha avuto una lavorazione, soprattutto in fase di scrittura, molto lunga: non ho voluto che nulla mi sfuggisse e ancora oggi, pur essendo molto critico verso il mio lavoro, ne vado veramente fiero. Poi ho realizzato La scelta di Bianca, prodotto un cantautore, Enrico “Maio” Maiorca, di cui è uscito il disco, e una compilation di gruppi novaresi… ci sono vari progetti all’orizzonte, tra cui un libro e uno spettacolo, ma per ora sarei già molto felice di continuare a sfruttare quanto prodotto in questi anni, continuando innanzitutto a suonare in posti dove sono certo che la gente venga per ascoltare.

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