Jeebli: l'amore contro la violenza

Continua la nostra piccola inchiesta sulle voci dissonanti della Catalogna, dando loro la possibilità di esprimere liberamente la loro opinione...

29/07/2018
di Elena Marisol Brandolini elenamarisolbrandolini@gmail.com

Jeebli è un rapper di origini marocchine. Ha 25 anni, è musulmano praticante e vive in Catalogna. Arrivò dal Marocco nel 2002, a 8 anni, in un programma di ricongiungimento familiare. Da due mesi lavora come educatore sociale con 63 minori stranieri non accompagnati, la gran parte marocchini, “perché vivere facendo canzoni rapper è molto difficile”.
Ecco che cosa ci ha raccontato...

Nelle sue canzoni lei rivendica la sua provenienza dal Marocco
Mi sento marocchino, spagnolo, catalano. Attualmente vivo in Spagna, o meglio in Catalogna, sono cresciuto qui, i miei figli cresceranno qui, cerco il futuro per i miei figli. E’ solo una questione di orgoglio e di radici.

Nella sua canzone “No al racismo” lei dice “No al razzismo no al terrorismo e al terrore”, che relazione c’è tra razzismo e terrorismo?
Una cosa implica l’altra: il terrorismo porta a più razzismo e il razzismo porta a più terrorismo. Quando c’è molto razzismo ci sono giovani che si sentono disprezzati, emarginati e allora si radicalizzano, comincia a crescere l’odio... quando ci sono attentati come quello sulla Rambla aumenta il razzismo, perché devi dare spiegazioni sul lavoro, abbassare la testa, chiedere perdono... io non domando perdono, perché sarebbe come essere complice di quegli atti, non sono miei fratelli quelli che li commettono e non so chi siano, né di quale religione, perché della mia certo non sono.

In “No al racismo” lei dice anche “Se sei razzista dimostri quanto sei ignorante, perché tutti siamo venuti al mondo senza documenti”
Nessuno nasce razzista, veniamo al mondo con un foglio in bianco dove appuntiamo ciò che facciamo nel corso della vita. Ci vengono inculcate cose dalla famiglia, dalla società e diventi la persona che sei. Nasciamo tutti uguali, ma la società ci corrompe un po’ alla volta.

Lei canta “La mia voce è la mia unica arma”
Ho solo la mia voce. Avrei potuto fare qualunque altro genere di musica, però da sempre vedo molte ingiustizie e non mi piacciono. Oggi essere un rapper non è più come prima, è diventato un modo per guadagnare soldi, avere fama e se ne perde l’essenza. Che è quella di trasmettere un messaggio, è l’unico genere musicale dove nessuno può dirmi quello che devo dire, trasmetto il mio modo di pensare, liberamente. Prima di cominciare avevo molta paura per quello che avrebbe detto la mia famiglia... ho cominciato nel 2013, avevo 19 anni e mi sembrava che fossi già troppo grande per cominciare. Una volta iniziato ho seguito il mio percorso, canzone dopo canzone. Ho fatto concerti dove la maggioranza del pubblico era fatta di genitori, questo per me è un grande passo avanti. Perché i genitori hanno uno stereotipo del rapper col berretto, le catene... così quando ti presenti e canti una canzone sull’immigrazione, il razzismo, la Palestina e vedi le persone commuoversi, questo non c’è danaro che lo ripaghi.

In “Amor en tiempos de guerra” lei dice che noi occidentali piangiamo le vittime degli attentati e che lei piange per esserne vittima
Voi piangete per le vostre vittime, perché se l’attentato è in Pakistan allora non piangete, lo vedete come una cosa normale. Ma anch’io sono vittima, perché alla fine pago per tutti anche se non ho fatto nulla.

In questa canzone lei dice che è normale che un musulmano sia terrorista, se un terrorista non è musulmano vuol dire che ha problemi psicologici
Sono cose che fanno male e vedo che la gente non è capace di apprezzare questa differenza, ma c’è. Nei delitti si sottolinea sempre il coinvolgimento di persone migranti e provenienti dall’Africa, ne viene indicata l’identità e questo è un problema grave perché è un intero paese ad esserne coinvolto. Quando c’è una strage in Pakistan o in Yemen e muoiono centinaia di persone sembra normale alla gente di qui: la paura è che il terrrorismo venga qui, la preoccupazione è quella di salvaguardare l’Europa.

Amore contro violenza e terrore, come lei canta: che vuol dire?
Cose come il terrorismo, la guerra e la violenza credo, come rapper e come persona, che possano sistemarsi con un po’ d’amore ed empatia e con l’unità delle persone. Se dopo un attentato vedo uno spagnolo, ci mettiamo insieme e facciamo qualcosa, lui ed io, uno spagnolo e un marocchino; perché invece devo essere visto come un colpevole? Dietro quelli che fanno gli attentati c’è di tutto meno la religione, che tipo di religione può accettare che vengano ammazzate persone innocenti? I mezzi d’informazione hanno un ruolo importante, perciò devono distinguere.

Che pensò lei un anno fa quando ci fu l’attentato sulla Rambla?
Avrei voluto nascondermi per un tempo e poi ricomparire... stavo lavorando, cominciai a vedere i miei colleghi comportarsi in modo un po’ strano, però successe anche a me quando mi resi conto di quello che era successo. Penso anche che questo accadde perché sono marocchino e quello che fece l’attentato era marocchino, ma fu così solo in un primo momento. Quello che dobbiamo fare noi come migranti, come musulmani è dimostrare il contrario e l’unico modo in cui noi possiamo cambiare qualcosa è con l’esempio.

Cos’è la libertà d’espressione?
E’ poter dire quello che uno pensa realmente, ma ci sono dei limiti che sono nel non mancare di rispetto a nessuno. Ciascuno deve darsi i suoi limiti.

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