Made in Italy | La recensione del nuovo film di Luciano Ligabue News

Abbiamo visto in anteprima l’ultima prova da regista del cantautore di Correggio, che a distanza di 15 anni torna dietro la macchina da presa regalandoci un lavoro potente ed emozionante.

23/01/2018
di Francesco Bonerba francescobonerba@suono.it

“Cambia te invece di aspettare il cambiamento”

Vita e morte, lavoro e inattività, maschile e femminile, casa e altrove, giovinezza e vecchiaia, lotta e rassegnazione, luce e oscurità: Made in Italy, il nuovo lungometraggio firmato da Ligabue tratto dall’omonimo concept album del 2016 e in uscita il 25 gennaio in 400 copie, parte dalla dialettica tra gli opposti per tratteggiare con semplicità, immediatezza e potenza un racconto di ordinaria quotidianità allo stesso tempo specifico ma condivisibile.

Al centro delle vicende, per una volta, l’uomo qualunque, il “furiere” citato all’inizio del film, che fa il proprio dovere in silenzio e le cui vicissitudini, racconta Ligabue in conferenza stampa, spesso vengono ignorate dal grande schermo in quanto ritenute drammaturgicamente poco interessanti. E in effetti nella vita dei due protagonisti di Made in Italy, Riko e Sara (interpretati da uno strepitoso Stefano Accorsi e una intensa Kasia Smutniak), di straordinario non c’è assolutamente nulla: un matrimonio complicato fatto di piccoli tradimenti, dolori irrisolti e parole non dette, una vita normale divisa tra lavoro, amici e un figlio. Serve che la lente di ingrandimento di Ligabue entri in funzione attraverso la macchina filmica perché la storia acquisisca un senso, trovando nella dualità precedentemente menzionata l’innesco ideale per la trasformazione interiore del protagonista maschile. Un cambiamento che è prima di tutto dialogo interiore - perfettamente reso dalla cornice dei video realizzati dal figlio di Riko, aspirante studente in DAMS - una riflessione sul sé che non porterà a spettacolari metamorfosi quanto piuttosto alla liberazione da una empasse fisica ed emotiva che, secondo il regista, oggi appartiene sia all’Italia che agli italiani.

Ligabue sul set (foto: jarnoiotti)

“Ho cominciato a raccontare del mio sentimento verso questo Paese 10 anni fa con una canzone dal titolo Buonanotte all’Italia, racconta, “un amore che non viene meno nonostante la frustrazione per tutti i difetti che non vengono risolti. In questo film volevo provare a raccontarlo attraverso gli occhi di qualcuno che ha meno privilegi di me, che vive una vita normale e ha un rapporto forte sia con le radici che con il Paese. Durante il film, ad esempio, viene detto che nessun italiano fa le vacanze a Roma e nessun italiano fa la luna di miele in Italia, eppure credo che in molti concordiamo nel dire che questo sia il Paese più bello al mondo. Siamo assuefatti alla sua bellezza e in qualche modo rassegnati al suo funzionamento. Questo produce una frizione, un sentimento irrisolto che nel film ho raccontato da un punto di vista “sentimentale”, nel senso che più di tutto mi interessava raccontare gli stati d’animo di un gruppo di brave persone nelle quali ho riversato aspetti e storie dei miei amici di una vita.”

È forse proprio questa “matrice popolare” a rendere quasi impossibile non riconoscere nel proprio vissuto almeno un riflesso dell’affresco di vita tratteggiato dal rocker reggiano; e non condividere, alla fine, l’umanità e il percorso dei due protagonisti. Merito anche, oltre che di un ottimo cast (spicca in particolar modo Fausto Maria Sciarappa, che interpreta Carnevale), di una bella regia giocata tutta sui primi piani, di una narrazione con pochi scivoloni, ben scritta e ben montata, di una fotografia attenta a raccontare la bellezza dei luoghi e le emozioni dei personaggi. Su tutto, vigilia lo sguardo attento e onnipresente del regista, anche sceneggiatore, la cui dimestichezza con la macchina da presa, nonostante i 15 anni di pausa e il passaggio non di poco conto dalla pellicola al digitale, non è venuta meno, nonostante le difficoltà proprie del cinema: “Fare film è un mestiere faticosissimo”,spiega Ligabue, “almeno per me che sono abituato a farei i conti con le emozioni che fluiscono: vai sul palco, lasci che le canzoni escano, le canti, le vedi cantare dagli altri, è tutto un fluire di emozioni; fare film vuol dire invece in qualche modo “progettare” le emozioni, fare in modo che una serie di pezzettini di pochi secondi riescano, attraverso un processo molto mentale, a produrre qualcosa che vorresti fosse di cuore.”

Foto di gruppo (foto: Chico De Luigi)

Non si può negare che il terzo film del cantautore, pur non essendo esente da difetti - primo fra tutti l’indulgere forse troppo in situazioni facili e scontate, talvolta alcune anche un po’ pretestuose e appese nel nulla, in una carrellata di situazioni poco amalgamate - riesce a risultare sincero, sentito e onesto.

Il merito è anche del materiale da cui la produzione ha preso il via, l’omonimo concept album del 2016 del quale nel film si ritrovano tutti i brani e i temi, in ordine quasi cronologico: il tempo che passa e la disillusione nata da promesse infrante (La vita facile), la ricerca dell’identità di un protagonista di mezza età (Mi chiamano tutti Riko), il desiderio di sentirsi ancora giovani senza il peso dei pensieri (È venerdì, non mi rompete i coglioni), il silenzio di una coppia che ha smesso di parlare (Vittime e complici), la perdita del lavoro (Meno male), la rabbia che introduce il cambiamento (G come giungla), lo sguardo sul futuro (Ho fatto in tempo ad avere un futuro (Che non fosse soltanto per me)), la protesta in piazza (L’occhio del ciclone), la tentazione del suicidio (Quasi uscito), la perdita di orientamento in un momento di profonda difficoltà (Dottoressa). Un album, il terzo più venduto nel 2016 (dati Fimi/GfK), che lo stesso Ligabue dice essere nato come un “oggetto balordo” in quanto apertamente e consapevolmente anacronistico rispetto a un ascolto che la musica in streaming sta rendendo sempre più veloce e frammentato. E che, dunque, con la sua provocazione non fa altro che reintrodurre metaforicamente quel tempo della riflessione di cui noi tutti, come Riko, avremmo bisogno per ripensare il nostro modo d’essere e il mondo che ci circonda, cambiare pelle e ripartire verso un futuro nuovo, probabilmente diverso da come l’avevamo immaginato.

In conclusione Made in Italy è un film, dicevamo, specifico ma condivisibile, perché nel raccontare le specifiche vicende dei suoi protagonisti non può fare a meno, come accadde per Radiofreccia (1998), di rappresentare una generazione e le sue battaglie, soprattutto interiori; ma è anche un film riuscito, perché dice quel che vuol dire senza mezze misure, sfoggiando al contempo una sensibilità, un’abilità tecnica e artistica che a volte si fatica a trovare in tanto cinema italiano contemporaneo. Il giudizio finale spetta agli spettatori ma nel frattempo una cosa possiamo garantirvela: amerete l’incipit del film.

Carnevale (Fausto Maria Sciarappa) (foto: Chico De Luigi)

La colonna sonora, in uscita il 23 gennaio (23 tracce di cui venti composte dal cantante e tre canzoni di repertorio - Simple Minds, Psychedelic Furs e Waterboys), sarà distribuita in versione digitale sulle principali piattaforme e in CD solo con i settimanali “Sorrisi e Canzoni” e “Donna Moderna”, nei cinema dei circuiti UCI, Unici, Giometti e sul Ligabue Store.

Tracklist:
1 TEMA DI RIKO E SARA
2 MI CHIAMANO TUTTI RIKO
3 WATERFRONT Simple Minds
4 È VENERDÌ, NON MI ROMPETE I COGLIONI
5 GIUBBOTTO CALAMITA (“Meno male” film version)
6 LA MIA PARTE
7 HEAVEN The Psychedelic Furs
8 DOTTORESSA
9 ATELIER
10 IL MONDO È BELLISSIMO, COGLIONE!
11 HO FATTO IN TEMPO AD AVERE UN FUTURO (che non fosse soltanto per me)
12 NEL CUORE DI ROMA
13 PICCOLO RIAVVICINAMENTO (“Quasi uscito” film version)
14 È NEL GIOCO DELLE PARTI
15 NON VOLEVO PENSARE PIÙ A NIENTE
16 THE WHOLE OF THE MOON The Waterboys
17 CI SI RIALZA?
18 UN’ALTRA REALTÀ
19 MADE IN ITALY
20 G COME GIUNGLA
21 NON HO CHE TE (acoustic version)
22 SEI DIVENTATO RADIOATTIVO? (“Apperò” film version)
23 FRANCOFORTE

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