Mudhoney! Not a band from L.A. Intervista

L'intervista a Steve Turner dei Mudhoney dopo il loro concerto a Roma. Testo e foto di Giovanni Battaglia.

16/12/2018
di Giovanni Battaglia redazione@suono.it

Mudhoney è il nome della band che rappresenta forse l'ultima grande rivoluzione all'interno della musica rock: il grunge. Una declinazione del punk. Lo fanno in un modo unico da trent’anni.
Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden devono moltissimo a questa straordinaria band, il cui nome è legato a doppio filo alla città di Seattle e alla Sub Pop, l'etichetta indipendente dove si è sviluppata buona parte di questo movimento.
I Mudhoney sono degli outsider o, come piace dire a loro, una band punk hard-core indipendente che continua a suonare quello che gli piace.
Non hanno venduto milioni di dischi come i grandi nomi citati precedentemente ma le cose che li rendono unici sono la loro genuinità e la loro onestà intellettuale.
I loro dischi sono sempre oggetto di desiderio non solo per i cinquantenni in cerca di emozioni.
Sono pochi gli artisti ancora in giro da quegli anni che possono vantare questo straordinario valore; insieme ai Mudhoney in questo Wild Bunch di duri e puri ci sono gruppi come i Dream Syndicate di Steve Wynn e, guarda caso, i loro concerti sono sempre sold out senza bisogno di tanta pubblicità e prevendite.
Suonano con la stessa voglia e la stessa energia davanti a cento o a tremila persone.

Succede quello che succedeva trent'anni fa quando avevano esordito con un disco che metteva un wc in copertina; il pubblico si trova lì grazie anche a un passaparola perché sa che sta andando a un concerto che desidera vedere e sa che sta per assistere a un rito al quale non rinuncerebbe per nessun motivo.
I Mudhoney si presentano sul palco del Largo Venue di Roma con un aria da ragazzi, nonostante i loro cinquant'anni suonati.
E proprio con lo spirito dei ragazzi continuano a fare ogni concerto come fosse il primo o come fosse l'ultimo, a voi decidere.
È il 22 novembre e sappiamo che usciremo di qui carichi di adrenalina.
Il loro suono viscerale, profondo, pieno di noise di chitarra e di testi arrabbiati come non si usa più da troppo tempo, entra nelle ossa del pubblico che ricambia con una carica di energia dall'inizio alla fine, ballando senza sosta e saltando, con ragazzi letteralmente scagliati in aria e poi atterrati sofficemente sulle mani di chi li aveva scagliati nel vuoto e sorretti come vessilli di fronte al muro di suono che gli si oppone quasi mantenendoli in aria.
Mark Arm, il cantante, con la sua voce roca e potente, non si è risparmiato per più di due ore e, avendoli visti nel back stage tre ore prima del concerto, mi sono domandato quale magia abbia potuto trasformare quattro ragazzi così semplici e pacati che conducono una vita ordinaria in animali da palco. Primo su tutti Mark, il cantante, che non nasconde nelle sue movenze l'amore per Iggy Pop al quale si è sempre ispirato.
Steve, il chitarrista, invece come un macchinista sta nelle retrovie e ricama con il suo strumento il riconoscibilissimo tessuto sonoro dei Mudhoney.

SUONO: Come avete scelto il vostro nome?
Steve Turner: ovviamente, come saprai, deriva dal titolo del film di Russ Mayer che, nonostate all'epoca non avessimo ancora visto, ci sembrava un nome perfetto per il nostro suono che ti si appiccica addosso.
SUONO: È vero che tu e Mark vi siete conosciuti a un concerto?
Steve Turner: ! Ci hanno presentato a un concerto di Mark, che già aveva una band ed è nata una vera amicizia che è uno degli elementi importanti della nostra longevità, oltre al fatto che abbiamo cercato di mantenere un profilo di persone normali nonostante il fatto che fossimo una rock band.
SUONO: Far parte di una rock band era una tua aspirazione da teen ager?
Steve Turner: In realtà no. Pensavo che avrei studiato, sarei andato al college e poi avrei trovato un lavoro. Non c'è stato niente di premeditato. In tutti i casi, quello che ho sempre pensato, in tutta onestà, è che non sentivo nessuna attrazione per il mondo del rock inteso come le feste etc. Non sognavo di diventare un musicista in una band di Los Angeles, per usare uno stereotipo negativo del musicista disimpegnato, perché ero un ragazzino punk prima di iniziare a suonare e così ai miei esordi mi interessava solo l'idea di suonare la musica che mi piaceva.
SUONO: Mark lavora ancora come magazziniere alla Sub Pop ?
Steve Turner: Sì esatto, anche io lavoro in un'altra azienda che stampa vinili e Guy, il bassista, fa l'infermiere. Siamo stati fortunati a non farci inghiottire dal meccanismo delle mayor perché chissà cosa sarebbe successo… Invece abbiamo avuto una famiglia, figli e quando abbiamo una tournèe possiamo prenderci il tempo per stare insieme e suonare la nostra musica.
SUONO: Quindi essere persone reali in un mondo reale è stata una vostra scelta? L'avete programmato?
Steve Turner: Non esattamente. Siamo una hard core band come tante altre e veniamo da una scena, quella di Seattle che tutto sommato è piccola anche se ha originato un fenomeno mondiale come i Nirvana. Non pensavamo a noi nel futuro come a un fenomeno mondiale. Per me aver avuto anche delle pause dalla musica è stato un sollievo perché ho potuto fare altro, anche se sono sicuro che mi piace così tanto suonare che lo farò sempre, fino alla fine della mia vita. Questa alternanza tra la musica e la vita di tutti i giorni ci ha fatto apprezzare ancora di più la fortuna di poter andare in giro per il mondo a cinquant'anni e suonare davanti a così tanta gente entusiasta. Quindi per rispondere alla tua domanda, non abbiamo organizzato ma siamo contenti che sia andata così e che con la maturità abbiamo potuto gestire la nostra vita di musicisti e quella di padri, mariti e lavoratori.
SUONO: Parlando del vostro ultimo disco Digital Garbage, la foto che proponete della società americana è inquietante, si parla di fake news, controllo dei media della politica e della religione, la critica che muovete alla società americana è dura come non mai ma alla fine c'è una canzone che… Steve Turner: (ride) hai ragione, volevamo che il senso fosse proprio questo. Oh yeah ti dice che anche se viviamo questo momento terribile, possiamo sempre uscire e andare in bici o fare skate… la canzone ti ricorda che ci sono belle cose nella vita e anche se stai lottando per non andare in depressione perché ti sembra che il mondo sia fottuto, puoi con un gesto molto semplice aprire la porta e andare in un parco con il tuo skate.
SUONO: Skate, surf e bici, che poi sono le vostre vere passioni…
Steve Turner: è quello che ci piace fare nel tempo libero ed è quello che, ad esempio, ama fare mio figlio che, come tutti gli adolescenti, è preoccupato per il nostro paese e passa molto tempo a leggere le notizie su internet o in tv. Spesso io gli dico di fare come nella canzone..."esci e goditi le bellezze del mondo per recuperare un po’… " Noi viviamo a Portland, una città molto verde che ci permette di essere a contatto con la natura che per noi è un elemento molto importante.
SUONO: Se non sbaglio è la prima volta che introducete la tastiera in un disco e in Paranoid Song, per esempio, il suono si avvicina in modo abbastanza netto al blues.

Steve Turner: Sì, anche se nel 1991 avevamo usato molto il farfisa, non siamo soliti usare la tastiera e hai ragione sul blues. Penso che la tastiera abbia aggiunto molto al nostro suono.
SUONO: Ti sembra così brutta la situazione politica e sociale in America? Perché se penso a quando avete iniziato la vostra carriera nel 1988, eravate nel mezzo tra l'amministrazione Reagan e quella Bush quindi non proprio un grande momento per gli Stati Uniti…
Steve Turner: È vero… forse eravamo più giovani e avevamo maggiori speranze ma se mi guardo indietro non vedo periodo peggiore per il nostro paese rispetto a quello che stiamo vivendo. Oggi la ricchezza si è concentrata nella mani di sempre meno persone e continua a concentrarsi in modo inesorabile. Il peggioramento è sotto i nostri occhi non solo rispetto a trent’anni fa ma anche rispetto a solo cinque anni fa diminuisce la classe media e aumentano i poveri. Sono notizie che dobbiamo ascoltare ogni giorno quelle di persone che vengono sbattute fuori dagli ospedali perché se hanno perduto il lavoro e non hanno l'assicurazione non possono permettersi di pagare le cure. Per fortuna il risultato delle elezioni di medio termine ha rappresentato un bello schiaffo alla amministrazione Trump anche se solo parziale… Resta il fatto che il mondo vive momenti di grande incertezza anche in Europa con l'avanzare delle destre razziste e xenofobe in Ungheria e purtroppo anche qui da voi, in Italia. Sono bruttissimi segnali del fatto che la gente ha paura e la sola risposta è quella delle destre che cavalcano nel modo peggiore queste paure.
SUONO: Hai visto il nuovo documentario di Michael Moore ?
Steve Turner: Non ancora ma lo farò.
SUONO: Te lo chiedevo perché un aspetto interessante del documentario è il punto di vista molto critico sui democratici che avevano un candidato potente come Bernie Sanders e lo hanno volutamente ignorato fino a farlo perdere nella convinzione che Hillary Clinton avesse maggiori chances.
Steve Turner:Sì i democratici hanno delle colpe terribili sono loro che hanno la maggiore reponsabilità dell'ascesa delle destre. Una tendenza masochistica incomprensibile in America. Anche Obama su cui riponevamo tantissime speranze ha fatto degli errori madornali.
SUONO: Come ascoltatore appassionato di musica cosa ti piace?
Steve Turner: Mi piacciono il punk -rock e la musica folk che nella mia mente sono connesse perché le vedo come musica semplice fatta dalla gente. Poi mi piace il rock degli anni sessanta, la psichedelia, mi piace molto Phil Ochs.
SUONO: Tuo figlio viene ad ascoltare i Mudhoney?
Steve Turner: Sì ma non spesso. Una volta l'anno ad agosto a Seattle la Sub Pop, la nostra etichetta, organizza un festival. Quest'anno abbiamo suonato sulla spiaggia insieme ai Pearl Jam e mio figlio, che è un bassista in una piccola garage band, è venuto a vederci. Comunque i Mudhoney sono la band del padre ed è normale che non la senta come una cosa per lui. (ride)

I Mudhoney sono come una giacca di pelle bellissima che hai lasciato nell'armadio per tanti anni e quando la ritrovi non la lasceresti mai più.

La scaletta del concerto

Into the Drink

I Like it Small

Neverfuck

You Got it

Nerve Attack

The Farther I Go

Jrtt

No One Has

Kill Yourselk Live

Touch me I'm Sick

If I Think

Mass Extinction

Suck You Dry

Prosperity Gospel

Get into Yours

Night and Fog

Fdk

Oh yeah

I'm Now

Paranoid Core

One Bad Actor

21st Century Pharisees

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