Rory l’eroe sfortunato

C’era una volta tale Jimi Hendrix a cui chiesero come ci si sentisse a essere considerato il più grande chitarrista del mondo. Il geniale mancino di Seattle tagliò corto, rispondendo fulmineamente: “Non so, dovreste chiederlo non a me ma a Rory Gallagher”.

03/09/2019
di Vittorio Pio

Il disco

Rory Gallagher
Blues
Chess/Universal - 2019

Tre dischetti: nel primo ci si concentra sulla sua abilità come chitarrista elettrico (Tore Down e Leaving Town Blues dal repertorio di Freddie King, sono impressionanti), nel secondo, invece, su delle mirabolanti perfomance acustiche, influenzate da alcuni beautiful looser come Robert Nighthawk e Scrapper Blackwell, con una chitarra particolarmente tagliente, che ribadisce il legame dell’irlandese bianco innamorato del blues dei neri, senza esserne minimamente un pedissequo esecutore delle dodici, roventi, battute. Nel terzo, infine, ci sono alcune tracce dal vivo non meno che incendiarie, perché era proprio sul palco che Gallagher dava il meglio di sé: basti verificare la mitragliata di note, tutte messe al punto giusto, di Messin’ with the kid e Born under a bad sign, condivise assieme a Jack Bruce.

Tutto questo per sottolineare il valore di un magnifico eroe sfortunato della Stratocaster (per molti  è suo il migliore suono che si sia mai sentito al riguardo). In una raccolta curata dal nipote Daniel si è passato al setaccio del materiale d’archivio adesso di proprietà della Universal dove è evidente quanto lo stile musicale dell’irlandese piuttosto che guardare alla rivoluzione messa in atto da Hendrix fosse invece una diretta conseguenza della più pura ortodossia country-folk-blues americana - quella di icone del calibro di Lead Belly e Woody Guthrie, giunti inizialmente a Rory dalle cover in puro skiffle-style di Lonnie Donegan - oltre che dei grandi padri del blues come Buddy Guy, Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Junior Wells ed Albert King, cui è dedicato questo lavoro che trasuda passione ed un’abilità unica, soprattutto come fuoriclasse della chitarra slide.
In concerto Gallagher era davvero sensazionale per gusto ed efficacia: usava pochissimi effetti ed era forse l’unico a far fluire il tanto decantato effetto wah-wah senza gli appositi pedali ma calibrando da par suo i toni della sua chitarra. Un viaggio non meno che vertiginoso quindi, in cui gli spiriti liberi e fondatori del blues si sovrappongono alla sua anima tormentata e distrutta dall’alcol nella scomparsa prematura che lo fece volare in cielo nel 1995. Ottimo remastering e libretto dettagliato di 18 pagine con spiegazioni tecniche sull’utilizzo delle varie slides guitar completano un’antologia che non può mancare a nessuno degli appassionati, cultori del genere e neofiti alla caccia di qualche altra ispirazione diversa rispetto ai “soliti” Clapton e Page, con cui Gallagher se la giocava alla grandissima.

[ Pubblicato su SUONO n° 538 - settembre 2019]

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