Un popolo che lotta cantando e che canta lottando

il racconto della manifestazione per chiedere la libertà di Oriol Junqueras e degli altri 7 consigliere e consiglieri del governo catalano destituiti dal governo spagnolo.

03/12/2017
di Elena Marisol Brandolini

Barcelona, 29 giugno 2013, Camp Nou, Concert per la llibertat: “Facciamo appello a tutti i democratici, dentro e fuori della Catalogna: nel secolo XXI nessuno può proibire un referendum democratico. Siamo qui per costruire un paese più libero, più giusto e più degno, ove ci sia spazio per tutti. Non siamo qui per cercare un sogno, noi siamo il sogno. Questa è la nostra forza”. Concludeva così allora Muriel Casals, presidente di Òmnium Cultural, la festa democratica che 90.000 persone erano venute a celebrare attraverso la musica. Erano i primi anni del procés catalano, quel grande movimento pacifico e di massa scoppiato in Catalogna sul diritto a decidere il futuro del proprio paese.

Barcellona, 2 dicembre 2017, Estadi Olímpic Lluís Companys, Concert per la llibertat dels presos polítics: l’Assemblea Nacional Catalana ha organizzato un nuovo concerto. Ma non è la festa allegra e piena di promesse di quattro anni e mezzo prima, questa volta la musica si fa strumento di denuncia e di rivendicazione. Una manifestazione per chiedere la libertà di Oriol Junqueras e degli altri 7 consigliere e consiglieri del governo catalano destituiti dal governo spagnolo in applicazione dell’articolo 155 della Costituzione e dei due leader del movimento indipendentista Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, che sono in regime di carcerazione preventiva, accusati dei delitti di ribellione, sedizione e malversazione di fondi pubblici per aver celebrato un referendum l’1 di ottobre e aver proclamato la Repubblica con un voto del parlamento catalano. Il ricavato del concerto va a rafforzare la cassa di solidarietà per le cauzioni che già si sono pagate per evitare la permanenza in carcere alla presidente del parlamento Carme Forcadell e agli altri 4 componenti della presidenza e che si spera serva ancora il prossimo lunedì, quando il giudice del Tribunal Supremo deciderà se mantenere o meno in prigione i 10 politici catalani privati della libertà da oltre un mese.

Il colore dominante sul palco e sugli spalti è il giallo, in solidarietà con i prigionieri politici. Un colore che la Giunta elettorale, in vista delle elezioni del 21 dicembre prossimo, ha proibito illumini le fontane di Barcellona, ha vietato sui fiocchi appuntati sulle giacche e i cappotti ai seggi elettorali. Sono una quarantina gli artisti catalani venuti ad esibirsi in questo sabato pomeriggio gelido e fosco, illuminato a tratti dalle luci dei cellulari: la Banda Impossible, Els Amics de les Arts, Els Catarres, Búhos, Bonobos, Ramon Mirabet, Gemma Humet e Judit Neddermann, tra gli altri. Cantano brani tutti conosciuti, le ballate di Lluís Llach e di María del Mar Bonet. Ma questo è un intero fine settimana di musica militante: per domenica alle ore 13, l’associazione Músics per la Llibertat ha promosso, a Barcellona, in Plaça Espanya, una nuova iniziativa musicale di massa, in difesa del governo legittimo catalano, con il supporto logistico di Òmnium Cultural.
Le esibizioni dei musicisti sono inframmezzate dalla testimonianza dei familiari, degli stessi leader imprigionati e degli altri consiglieri del governo catalano che con il presidente Puigdemont si sono rifugiati a Bruxelles, sottoponendosi alla giustizia belga. Il pubblico partecipa commosso, combattivo, tenace. Canta i propri slogan.
Siamo un popolo che lotta cantando e che canta lottando”, dice Alcoberro, vicepresidente dell’Assemblea Nacional Catalana, ricordando come alcune ballate siano diventate veri e propri inni di resistenza sotto il franchismo. Sono passati appena quattro anni e mezzo dal primo concerto per la libertà.

Per inviare commenti devi essere autenticato. Effettua il login.

Non sei registrato? Registrati.