Valtònyc: una voce imbavagliata la senti di più Comunicato stampa

Abbiamo incontrato Josep Miquel Arenas Beltràn in occasione della manifestazione “No Callarem”, in difesa della libertà di espressione e il rapper , condannato a 3 anni e mezzo di carcere ci ha raccontato che...

13/04/2018
di Elena Marisol Brandolini elenamarisolbrandolini@gmail.com

Foto Jack Gou

Josep Miquel Arenas Beltràn, in arte Valtònyc, è un rapper maiorchino di 24 anni, condannato a 3 anni e mezzo di carcere dal Tribunal Supremo per ingiurie alla corona e apologia di terrorismo. Lo abbiamo sentito in occasione del dibattito “Voci imbavagliate” nell’ambito della manifestazione a Barcellona, nell’ex-carcere La Modelo, “No Callarem”, in difesa della libertà di espressione.

Come sono le voci imbavagliate?
A volte producono l’effetto contrario, a volte quando provi a mettere a tacere una voce gliene stai dando di più. Specie se vivi nei Paesi Catalani che sono solidali e fanno gruppo.

Si è mai sentito una voce imbavagliata?
Forse mi sono sentito così, ma mi sono tolto il bavaglio. Qualche volta mi sono sentito più represso dalla persone che mi amano e mi sono più vicine che da me stesso, quelle che magari ti dicono “non scrivere questo, non fare così”, in una sorta di auto-censura.

Cos’è la libertà di espressione?
E’ la libertà di potere esprimere la tua opinione, soprattutto contro i potenti. E’ una cosa che riguarda gli oppressi non gli oppressori, perché gli oppressori hanno la libertà sufficiente per fare altre cose.

La censura non è un fatto di ora...
E’ sempre esistita in Spagna, ma adesso il regime sta attraversando un momento di debolezza, si avverte la sua scarsa credibilità, tutti ridono del re, della polizia. Lo Stato si sente attaccato e risponde con la censura, con la repressione, mettendo gente in carcere...

La questione dell’indipendentismo ha agito come amplificatore?
L’indipendentismo debilita di più lo Stato. E poi hanno perso molta credibilità: quando al referendum si risponde con la violenza, non si fa una bella figura a livello internazionale.

E’ uscito un videoclip di vari musicisti con le parole della sua canzone “incriminata”?
Sì, è stata una mostra di solidarietà, con molti rappers famosi... ha sorpreso il fatto che alcuni di loro non siano neppure troppo politici nelle loro canzoni.

Prima, nel dibattito, lei ha detto che mai avrebbe creduto due anni fa che Puigdemont avrebbe tuittato un giorno “free Valtònyc”, perché?
Perché Puigdemont non è una persona che patisca un’oppressione di classe, è un borghese, è parte di quella classe politica che ha governato e che abbiamo anche criticato.

Che vuol dire allora questa solidarietà?
Che si tratta della lotta contro uno Stato fascista, si sono resi conto che avere il governo non equivale ad avere potere, che puoi cambiare il nome di una strada, ma come governo non puoi fare cambiamenti che disturbino gli interessi finanziari e capitalisti. La solidarietà non ha bandiera, Puigdemont non è dei nostri, ma ora bisogna difenderlo perché sta soffrendo la repressione e la persecuzione di uno Stato fascista.

La canzone può aiutare a creare coscienza nella gente?
Penso di sì, tutti ascoltiamo molta musica in questo momento e se c’è una musica che condivide le nostre inquietudini questo ci fa sentire identificati, ci anima a fare cose e può essere una buona fonte d’informazione, più facilmente fruibile di un libro.

Che pensa di fare da un punto di vista giudiziario dopo la condanna?
Farò ricorso al Tribunal Constitucional e poi andrò alla giustizia europea, solo che per quella ci vogliono molti anni.

Lei non sa ancora quando entrerà in carcere?
No, perché quello fa parte della repressione psicologica. E’ come stare su una montagna quasi per cadere giù e tu non sai quando ti spingeranno...

Come si sente?
Sto bene, approfitto di tutto, vado in giro raccontando quello che succede, provando a creare un tessuto sociale perché la gente empatizzi con te, ci sia la consapevolezza che quello che accade è un attacco non a Valtònyc ma a tutti. Perché domani può riguardare chiunque altro.

Se potesse, tornerebbe indietro?
Se potessi, sì.

Non farebbe più quello che ha fatto?
Lo farei, ma in modo differente. Ho detto in qualche canzone, per esempio, che l’Infanta era una puttana, ecco toglierei questi insulti maschilisti e l’attaccherei più per le sue condizioni di classe e ideologiche. Cambierei espressioni maschiliste che ho avuto, errori di questo tipo, mi piacerebbe fare canzoni non così infantiliste, farle meno dure... ma è che avevo solo 17 anni.

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