Vi racconto Jarrett

Keith Jarrett è senza dubbio il pianista più trasversale della musica contemporanea: jazz, jazz-rock, musica classico-contemporanea, col proprio gruppo, accanto ad altri grandi artisti o da solo. Un ritratto, immagini e storie

05/07/2018
di Roberto Masotti

Testo e foto di Roberto Masotti - (estratto da SUONO 527)

Sin da FACING YOU (1972) le scorribande pianistiche di Jarrett mi attraevano quanto quelle di Cecil Taylor o di Paul Bley, muovendo leve diverse. Il peso dell’attenzione variava forse con la tensione d’ascolto, non sempre si ricadeva in una trance ostinata, ci si ricomponeva, l’ascolto ridiventava normale per tornare a perdersi mentre l’occhio rimaneva aggrappato al gesto, al corpo del musicista-attore che rivelava ciò che non rimaneva intrappolato nell’astrazione o nell’inviluppo dell’improvvisazione. Tutto ciò, mentre si fotografa, naturalmente.
La generosità, la fortuna, la frequenza dei soli pianistici degli anni Settanta, le ripetute occasioni hanno fatto sì che ci si potesse esercitare a cogliere quel qualcosa all’interno di tanti gesti e che, alla fine, si svelasse non l’insondabile significato ma tutta l’energia. Nel caso di Jarrett questo avviene soprattutto in anni recenti quando la privilegiata vicinanza al soggetto durante i concerti consente di incorniciare una ristretta area d’azione. Il musicista è di fronte alla tastiera tagliato poco sotto il busto e, restringendo, si chiude sulle sole mani, rimanendo questo, ostinatamente, il soggetto unico. La serie d’immagini, ottenuta con macchina opportunamente silenziata, sul cavalletto, da una posizione così vicina, ma certamente non in evidenza rispetto agli spettatori, è frutto quindi di operazione discreta e nell’ombra.

[ Pubblicato su SUONO n° 527 - luglio 2018]

Per inviare commenti devi essere autenticato. Effettua il login.

Non sei registrato? Registrati.