Memoria in bianco e nero

Il primo concerto non si scorda mai. Assolutamente vero. Ma i ricordi possono fluire in vari modi, a colori o in bianco e nero, dipende dal modo in cui li hai vissuti. Palasport di Roma, 29 settembre 1970. Appena quindicenne mi accingo a vivere i Rolling Stones, nel primo concerto della mia vita. Dopo, nulla sarà più lo stesso.

05/10/2014
di Guido Bellachioma

Inspiegabilmente, ci sono ricordi a colori e ricordi in bianco e nero, persino ricordi che mischiano le due tipologie, decisamente più rari. Alcune volte sono ricordi indotti dalla mole d’informazioni catalogate nel corso della vita. Più il “momento vissuto” è comune a tanti, specialmente se ripreso da TV o immortalato in scatti fotografici, più le “cose” si confondono. Sei sicuro che quella persona indossasse quel particolare vestito e dopo tanti anni scopri che non è vero, proprio mettendo in ordine l’album fotografico adolescenziale… semplicemente hai memorizzato una foto al posto di un’altra, il concerto di Amburgo e non quello di Roma o di Londra o di… insomma, hai mischiato le carte e, senza accorgertene, barato con te stesso. Per me i ricordi del concerto dei Rolling Stones al Palasport di Roma sono assolutamente in bianco e nero, nonostante i colori non mancassero agli albori di quegli anni ’70 che, allora non potevamo immaginarlo, sarebbero stati fondamentali per l’evoluzione dell’arte e della società in generale. Ovunque era un fiorire di stravaganze cromatiche: vestiti post viaggio in India o post qualcos’altro, manifesti cinematografici o dei concerti internazionali (quelli italiani, purtroppo, erano piuttosto spartani, con al massimo il nome dell’artista scritto in un carattere anonimo… brutti, decisamente brutti). Dei Rolling al Palasport nel ’70, invece, è come se tutte le immagini, e persino i suoni, siano come le splendide fotografie del mio amico Renzo Chiesa: solido bianco e nero, pur con tutte le necessarie sfumature del grigio a renderle vive. Penso che ciò derivi da due situazioni che mi prendevano in quei giorni… erano i tempi in cui iniziavo a fotografare, sviluppando i negativi e stampando le foto, ed ero tutto concentrato a costruire le immagini del mondo circostante con l’obiettivo della mia Nikon F; così come scomponevo i colori nel B/N e nei grigi per capire se la foto avesse senso, così elaboravo quei momenti degli Stones; la loro musica, poi, era ancora così tosta, quasi grezza, esprimeva il profumo del blues elettrico e mi rimandava immancabilmente al B/N delle poche foto di Robert Johnson o del Delta del Mississippi. Andai a comprare il biglietto del concerto presso la redazione di Ciao 2001, giornale che non amavo le per sue derive, grammaticali e musicali (nel senso che gli articoli non erano proprio scritti bene e spesso confondevano la cioccolata con un’altra “cosa”)… ma era tra gli organizzatori, o almeno così lasciava intendere il loro logo sul biglietto. Un ricordo a colori ce l’ho… le urla di mio padre quando gli chiesi i soldi per compare il biglietto: “3.000 lire!”. Però, nonostante la sua etica artigiana (faceva l’ebanista) gli facesse sembrare assurdo quel prezzo, non poteva deludere la mia passione per la musica, che lui stesso aveva stimolato. “Però torni con l’autobus notturno, io non ci vengo a prenderti, mi alzo alle 5 di mattina”, fu la risposta. Ok, tanto c’era l’autobus notturno ed ero in compagnia del mio amico Carlo Frignani, con cui ho condiviso qualsiasi cosa della mia vita, in primis la musica… e non è poco. Ciononostante, abitare nella periferia romana all’inizio dei ’70 e dover andare al Palasport era come per Colombo arrivare nelle Americhe. Il concerto era alle 21, noi partiamo alle 14, subito dopo l’uscita da scuola. Non si sa mai. Arriviamo alle 15:30, ci guardiamo in faccia e pensiamo: “ora cosa cavolo facciamo fino all’apertura dei cancelli?”. Cominciamo a girare in tondo, visto che il Palasport è circolare, per aggregarci ai pischelli che ci sembrano più simpatici. “Questi, questi – faccio io – stranamente sono quasi tutte donne, estremamente carine, simpatiche e hanno pure le t-shirt dei Rolling”. Il tempo, ovviamente, passa veloce, quasi non ci accorgiamo che stanno per aprire i cancelli. Ormai abbiamo fatto amicizia e ci sembra di far parte di quel gruppo da sempre: una ventina di persone al loro primo concerto rock, ad eccezione di una ragazza più grande, già presente al loro concerto romano del 1967. Mi faccio dare l’indirizzo da una bella moretta con l’intento di andare a trovarla a Terni, dove abita; in verità, questa cosa occupa la mia mente più del concerto imminente. Entriamo correndo e cerco la postazione strategica per starle più vicino. E quando mi ricapita un’occasione simile! Ok, tutto a posto. Atmosfera bollente, la polizia dentro il Palasport, questa cosa sarebbe poi gradualmente scomparsa. Io guardavo tutto con gli occhi spalancati. Piccole risse, spostamenti di gente che cercava di passare da un settore all’altro, molti cori sugli Stones ma non solo. Ma che fico andare ai concerti, se lo fai in questo modo sembra durino un giorno intero, con i preparativi che sono quasi meglio dell’esibizione stessa. Comincio a sentire che il momento tanto atteso si avvicina… Ripenso alla scaletta del live Get Yer Ya-Ya’s Out!, uscito in Inghilterra il 4 settembre e che io, fortunato, avevo ricevuto come regalo ritardato per il mio compleanno da un mio amico di ritorno da Londra e letteralmente consumato.
Sì, sono sicuro che inizino con Jumping Jack Flash come su quel disco che ormai conosco a memoria. Il brano che più amo in assoluto degli Stones è We Love You, ma so che non la faranno mai; con l’ingresso in formazione di Mick Taylor al posto di Brian Jones, poi, l’asse si è ancora più indurito. La formazione con Mick Taylor, chitarrista proveniente dai Bluesbreakers di John Mayall (università del blues bianco in cui cesella da maestro in tre dischi straordinari come Crusade del ’67, Bare Wires e Blues from Laurel Canyon, entrambi del ’68), per me è la migliore che la band abbia mai avuto. Mentre argomento su Mayall e dintorni, le luci di un Palasport ormai zeppo si spengono improvvisamente, io mi guardo intorno per vedere se la mia amica è ancora a tiro e, rassicurato, mi rigiro verso il palco (per anni fu il più imponente visto in quella location). Alla spicciolata entrano i 5 musicisti… Bill, Charlie, Mick Taylor, che sembra un po’ spaurito (d’altronde nel ’70 ha da poco compiuto 21 anni), Keith e, alla fine (anche se non avessi guardato lo avrei capito dall’innalzamento del livello delle urla femminili), sua maestà Mick Jagger. Un ultimo sguardo alla mia amica e quando parte lo sferragliare delle chitarre di Jumping Jack Flash, come avevo sognato, il viaggio inizia sul serio. Dimentico tutto sull’incedere della voce che urla:

Sono nato in un uragano di fuoco incrociato
E urlavo a mia madre nella pioggia battente
Mi ha tirato su una vecchiaccia barbuta e senza denti
Istruito a cinghiate sulla schiena
Mi hanno affogato. Mi hanno ripescato e lasciato come un morto
Sono caduto sui miei piedi e li ho visti sanguinare
E ho respinto le briciole di una crosta di pane
Sono stato incoronato da un chiodo proprio in mezzo alla testa
Ma va bene ora , è uno spasso
Ma va bene
Io sono Jack Lampo che Guizza”.

Alla fine di quel brano torrenziale capisco che il rock bisogna viverlo in concerto, non solo sui dischi, e che nella mia vita voglio “vivere” con la musica sempre al mio fianco. Scorrono via altre sette canzoni prese da quel live che ancora oggi adoro: Sympathy For The Devil, Stray Cat Blues, Love In Vain, Midnight Rambler, Live with Me, Little Queenie, Honky Tonk Women… in mezzo Roll Over Beethoven, Dead Flowers, Let It Rock… alla fine una chiusura incendiaria quanto l’apertura, ovvero Steet Fighting Man. Al termine sono esausto (ma cosa diavolo avrò fatto?) anche se per i canoni di oggi 12 brani sono pochi e donano al concerto un’urgenza espressiva vicina al punk. Rapido, bruciante anche nelle ballate, ritorno alle origini del R’n’R.
Il suono, senza musicisti aggiunti, è asciutto e abrasivo, la voce di Jagger è posseduta dal demonio… le chitarre di Richards e Taylor sembrano gemelle nella devianza dagli stili ortodossi, anche se Taylor ha una capacità espressiva in quel momento inarrivabile (prima che la “roba” gli rovinasse esistenza e stile chitarristico...) la sezione ritmica è… l’essenza degli Stones, c’è anche quando non si vede! Sul palco la situazione estetica è ben delineata… due musicisti immobili quanto serve (Watt e Wyman), uno indeciso se muoversi o meno (Taylor, che alla fine si muove solo quanto serve per suonare efficamente) e due che sembra non si accorgano di nulla intorno. Specialmente Mick è una furia selvaggia e il pubblico è tutto ai suoi piedi.
Lentamente mi rendo conto che non c’è quasi più nessuno intorno a me e cerco gli amici. Nessuno in vista. Esco fuori e mi sommerge una marea di persone che cercano di tornare a casa. Nessuna notizia del mio amico e, soprattutto, della moretta di cui dovrei avere l’indirizzo in tasca; infilo la mano nei jeans e, ovviamente, ho perso tutto nella calca. Mi ritrovo da solo fuori dal Palasport, senza il mio amico e con l’ultimo autobus già partito (a differenza di quanto diceva mio padre, non c’è nessun servizio notturno per tornare, e non ho soldi per il taxi). Per arrivare a casa mia ci vorranno 10 km… dai, un passo in meno, da stanotte sei R’n’R e per trascorrere il tempo canta quello che hai sentito… così mi sento meno solo e intono, più in stile Alberto Sordi che Mick Jagger, “I was born in a cross-fire hurricane…”

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