L’onnipresente Patrizio I colori del suono

Fariselli, da sempre “quello con la barba” nelle foto di Area International POPular Group.…  Quello che appare in più brani di tutta la loro discografia dagli anni ’70 a oggi; quello che ha sempre una sottile ironia di fondo, anche quando risponde alle domande apparentemente più difficili.

15/10/2014
di Andrea Pettinelli

In quest’epoca d’incertezze, poco coraggio e precarietà mi ritrovo a fare, con una laurea in ingegneria, un mestiere non convenzionale, come artista e produttore, perché nella mia vita, tra i tanti personaggi con cui mi sono formato (in primis i protagonisti di questa retrospettiva) ce n’è stato uno in particolare che ha contributo, anche inconsapevolmente, alla mia formazione musicale. Su Roma ricopre un ruolo fondamentale nella produzione culturale, con l’organizzazione d’eventi, produzioni discografiche, servizi giornalistici e altre “cose” artisticamente diverse. Parte della mia generazione non sarebbe quello che è se non ci fosse stato il lavoro creativo di Guido Bellachioma… qualche giorno fa mi chiama, con il suo modo informale e scanzonato, e mi dice che, avendomi visto crescere e seguito fin dai miei esordi con Vittorio Nocenzi del Banco e Gianni Leone del Balletto di Bronzo, riteneva giusto affidarmi, visto che con gli Area collaboro, l’intervista a Patrizio e Ares Tavolazzi, in concomitanza della conclusione del tour con il loro ultimo disco, Live 2012 (doppio, con un CD d’inediti, Geometrie), la cui realizzazione è stata da me curata col consorzio Zdb…
Quanto è importante essere nati negli anni della contestazione del Novecento e quanto è ingombrante esserne diventati un simbolo?
Premesso che il filo rosso del dissenso e la ricerca di una giustizia sociale ha accompagnato e, mi auguro, si intreccerà sempre alla storia del potere nelle comunità umane… avere vent’anni negli anni Settanta fu indubbiamente una sorta di privilegio: la società viveva un periodo di relativa floridezza economica e l’individualismo esasperato, principale caratteristica del sogno americano consumista, non era ancora stato così prepotentemente instillato dai media. L’autorità patriarcale e padronale scricchiolava pericolosamente, il senso di collettività e la voglia di rinnovamento erano molto sviluppati tra i ragazzi, che volevano conoscere, sperimentare e condividere nuove esperienze, in tutti i campi. Essere definito un simbolo mi fa un po’ impressione; sarebbe comunque per me un onore, più che un onere.
Gli Area sarebbero stati comunque quello sono anche se fossero nati in un’epoca diversa? Mettendo da parte il vostro terreno fertile, innegabile, nel movimento artistico, sociale e culturale degli anni ’70, c’erano dei particolari input che possono aver determinato la nascita di un progetto come il vostro?
Inevitabilmente, siamo tutti figli del nostro tempo, ma penso che, a determinare la peculiarità del gruppo, siano state soprattutto le nostre personalità e le nostre diverse esperienze; la curiosità e la sensibilità per le questioni contemporanee hanno fatto il resto... se fossimo nati a Uruk, seimila anni fa, sicuramente avremmo detto la nostra, perché ciò che ci è più caro, l’indipendenza intellettuale, sarebbe stata la stessa.
Come addetto ai lavori ho la percezione che negli anni ’70, benché informale e d’iniziativa underground/militante, il contesto offrisse più opportunità di espressione, affermazioni professionali, ricerca sociale... È così, o ciò che ci giunge è solo marketing?
In quegli anni, come dicevo prima, esisteva una forte spinta all’emancipazione e al rinnovamento culturale e la discussione pubblica era la costante di ogni aggregazione. Le occasioni d’espressione non mancavano di certo, perché gli spazi a disposizione erano molti, e non solo per i giovani. Era un punto d’orgoglio inventarsi “spazi liberati”, fossero anche solo spazi della mente, come al Parco Lambro. Il mercato però già dettava le sue condizioni fin dagli anni Cinquanta, quando la fascia di età giovanile e i relativi interessi “contro” erano diventati anch’essi un “target” economico. Solo che a quei tempi il marketing non era così sistematico, arrogante e invasivo come oggi.
L’iniziativa e la partecipazione, anche a livello professionale, di chi si occupa di cultura alternativa e produzione indipendente, sembra più strutturata e prolifica oggi rispetto a 40 anni fa. Ci sono migliaia di agenzie, riviste, etichette, fanzine e webzine, c’è la rete, ci sono i festival, molti live club dove suonare. Come mai tutto questo non ha prodotto un aumento di qualità nei prodotti di massa? Mancano produzioni coraggiose in uscita e, nonostante il notevole fermento, manca un piano di impresa culturale come ad esempio c’è in Inghilterra in grado di dare posti di lavoro all’industria musicale indipendente?
La creatività andrebbe favorita con la ricchezza e la diversificazione delle proposte culturali, mentre ad esempio, già da decenni, noi abbiamo visto scomparire molti cinema e teatri… e al loro posto sorgere banche e sale bingo. Inoltre, più di trent’anni di regime televisivo, sempre più idiota, di mercificazione in ogni aspetto della vita hanno appiattito e decisamente schiacciato il livello intellettuale del paese. Vedo una precisa volontà politica in tutto ciò: un popolo ignorante e conformista si controlla indubbiamente meglio. In Inghilterra il panorama culturale è completamente diverso, decisamente più libero e stimolante, lo si nota anche solo dall’alta qualità di molti programmi televisivi. La quantità di canali di diffusione e di produzioni “indipendenti” non è di per sé garanzia di sostanza, se le idee veicolate non si sganciano dal ricatto mercantile e i temi non vengono trattati più in profondità.
Su quanto detto, senti o sentite, come generazione, non solo come musicisti e come Area, una qualche responsabilità? Dove si è sbagliato, se si è sbagliato? Cosa possiamo fare oggi, come generazioni che hanno scelto di lavorare insieme?
Ciascuno di noi, come artista, ha sempre cercato di lavorare senza scorciatoie, cercando dentro di sé, con onestà, la propria strada... pur con tutte le conseguenze che ciò comportava. La responsabilità non è ascrivibile a una generazione, tra le cui fila sono in molti ad aver tentato sinceramente e con coerenza di cambiare le cose in meglio, ma, indipendentemente dall’età, a tutti quelli che, per interesse, pigrizia, o inettitudine, si sono asserviti ad un sistema aberrante che tutto ha travolto, trasformando la vita in spettacolo e dandole un prezzo. Difficile oggi il nostro compito, prima di tutto capire che lo sfruttamento della natura e dell’uomo (questo sistema capitalistico-finanziario per parlar chiaro) è, non solo ingiusto, ma insostenibile e criminale, porta con sé violenza e solitudine. Quindi dobbiamo combattere il sopruso e il delirio d’onnipotenza in qualsiasi modo si manifestino… cercare insieme un nuovo modo di convivere, che rispetti la dignità di tutti e i ritmi della Terra; un modo meno esagitato ed egoista, perché ormai è chiaro: o ci si salva tutti insieme… o non ce la si può fare. Spero che la nostra musica rispecchi questo tipo di consapevolezza, anche solo rivendicando la propria umanità.
David Byrne nel suo ultimo libro porta all’attenzione dei grandi media un tema interessante… come la musica, dalla composizione alla sua fruizione, sia cambiata e con essa musicisti e musicofili, in funzione dei mezzi a disposizione per scriverla, registrarla, eseguirla, diffonderla. Affronta non solo aspetti tecnologici, ma anche antropologici e scientifici. Emerge che la creazione musicale non è solo l’opera del compositore solitario, isolato nel suo studio, bensì il risultato tanto logico quanto empirico di circostanze sociali. Per gli Area quanto è stato importante l’aspetto della tecnologia, degli spazi, dell’umanità della vostra generazione?
Senza dubbio la tecnologia ha immensamente arricchito la varietà dei suoni e le possibilità creative dei musicisti; poi sta all’intelligenza e al gusto del compositore usarle per il meglio. Insomma, ancora una volta, alla quantità deve corrispondere nuova qualità, per riuscire a ricreare quella particolare magia unificante che è la musica. Per quel che riguarda gli Area, senza dubbio posso affermare che non ci siamo mai privati di nulla, nel senso che abbiamo sempre considerato i suoni nella loro totalità, indipendentemente dalla matrice che poteva averli generati. È il suono a dare corpo alle idee, e noi siamo sempre stati più interessati a quest’ultime, che ad altro.
Come stanno continuando a contaminarti le condizioni che hai al contorno?
Certamente mi stimola tutto quello che rifugge la banalità e la standardizzazione.
La qualità di una classe dirigente può avere la sua ingerenza nell’arte? Quanto la classe dirigente degli anni ’70 si differenzia da quella attuale?
La nostra classe dirigente non ha mai toccato i livelli di bassezza intellettuale, morale e di capacità professionale come quella di oggi. Negli anni Settanta, almeno un po’ di pudore e di rispetto per l’opinione pubblica ancora c’erano, influenzati senz’altro dall’esistenza del partito comunista più forte d’Europa e dell’Unione Sovietica appena al di là del confine. Dalla caduta del muro di Berlino, si è abbandonato ogni scrupolo e ci si è dedicati a farsi gli affari propri, arraffando i beni pubblici, un po’ alla maniera degli odierni oligarchi russi, pur restando sempre al servizio degli interessi americani. Dell’arte ci si fa belli quando fa comodo, ma la decadenza è sotto gli occhi di tutti; intrattenimento e omologazione sono favoriti, a danno della libera ricerca creativa.
Un’analisi sulla ristampa dei primi due album del gruppo.
Insieme abbiamo valutato che Arbeit Macht Frei e Caution Radiation Area, nonostante gli anni, riuscivano a mantenere integro il loro valore artistico e un’incredibile attualità dei temi… e meritavano un’oculata rimasterizzazione. Abbiamo, dunque, lavorato nel massimo rispetto delle scelte sonore-musicali dell’epoca, operando un restauro dei nastri originali e l’adeguamento ai sistemi d’ascolto moderni, che non hanno fisicamente nulla a che vedere con gli impianti degli anni Settanta. Un lavoro semplice, ma molto accurato… e soprattutto affettuoso. 

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