• Anno: 1972
  • Casa discografica: Island
  • Genere: Rock
25/02/2015

Nick Drake Pink Moon

di Antonio Gaudino a.gaudino@katamail.com

Provate a usare un’ipotetica macchina del tempo con la vostra mente e catapultatevi nel 1972, seduti sul letto della vostra stanza, di fronte alle casse audio dello stereo mentre sul piatto gira Pink Moon di Nick Drake: pensereste (come oggi) a un miracolo musicale, questo è poco ma sicuro!

L’ho visto scritto e l’ho sentito dire / La luna rosa sta per venire / E voi non volate così alti / La luna rosa vi prenderà tutti / È una luna rosa / Sì, una luna rosa / Rosa, rosa, rosa, rosa, luna rosa / Rosa, rosa, rosa, rosa, luna rosa / L’ho visto scritto e l’ho sentito dire / La luna rosa sta per venire / E voi non volate così alti / La luna rosa vi prenderà tutti / È una luna rosa / Sì, una luna rosa

Pink Moon resta, ancora oggi, a 43 anni di distanza, il magico mistero del genio di Drake, che nel Pantheon degli artisti di popolarità postuma è certamente nelle prime piazze, ma chissà perché qualcuno lo dimentica sempre… Drake visse una vita travagliata, inadeguata, breve: morì a soli 26 anni nella sua casa natale, dove viveva con i genitori e una sorella attrice, Gabrielle Drake, nota al pubblico per la serie televisiva cult dei 70s S.H.A.D.O – Base Luna, con il celebre comandante Straker e lei nel ruolo di vice-comandante con i capelli viola elettrico a caschetto.

La vicenda Drake è cosa nota. Dopo i primi due album, acclamati dalla critica internazionale ma poco venduti, l’artista inglese sprofondò nella depressione più totale, quella a cui non c’è rimedio, purtroppo. John Martyn, cantautore e suo amico (al quale dedicò la canzone Solid Air), disse: “Nick era la persona più sola del mondo”. In due sole sessioni nel mese di ottobre del 1971, con John Wood tecnico del suono in veste di produttore, Pink Moon era già bello che pronto per essere editato pochi mesi dopo, nel febbraio del 1972.

Il suo vero testamento è questo disco immenso, sfacciatamente minimalista, essenziale, percorso da una chitarra, da qualche accenno di pianoforte e dalla sua voce unica. Meno di trenta minuti di musica, che collocano questo lavoro tra i 50 migliori album di tutti i tempi.
Va anche detto che l’album fu accolto freddamente da critica e pubblico, riscuotendo successo postumo solo in anni recenti, nel corso della riscoperta del folk mescolato all’indie rock; è a questo punto che Drake viene omaggiato anche da grandi jazzisti internazionali come Brad Mehldau, con una cover di scintillante bellezza, Day is Done, e nostrani, come Luca Aquino e Roberto Cherillo, con la fantastica From the Morning nell’album Soffice, firmato da Cherillo. Tutto ciò per comprendere quanto Drake e soprattutto Pink Moon siano senza tempo. Duncan Sheik, altro artista di ispirazione drakeiana, si è sempre rifatto al folk innovativo dell’artista inglese, così come è innegabile che Sufjan Stevens, per il suo Illinois, si sia ispirato all’inglese prima di comporre la sua John Wayne Gacy, Jr., di diafana bellezza. Quarant’anni fa, Pink Moon rappresentò l’ultima manciata di canzoni che Drake mise sul piatto del nostro giradischi, per raccontarci il mondo attraverso i suoi occhi, la sua infinita sensibilità, la sua sconfinata dolcezza, grazie alla sua poesia che sboccia e si palesa nell’intensa Place to Be, brano cardine e conduttore dell’intero album:

Quand’ero giovane, più giovane che mai
Non ho mai visto la verità pendere dalla mia porta
Ora sono vecchio, e la vedo faccia a faccia
Ora sono vecchio, devo ripulire questo posto

Ed ero verde, più verde della collina
Dove i fiori crescevano e il sole calmo splendeva 
Ora sono più scuro del più profondo mare
Allora dammi, dammi un posto in cui stare

Ed ero forte, forte sotto il sole
Pensavo che avrei visto il giorno tramontare
Ora sono più debole del più pallido blu
Oh, così debole perché mi manchi tu

Pink Moon non obbedisce a nessuna legge, a nessuno stile, non ha un tempo, se non quello di Nick Drake che lascia tracce di una classe assoluta nel solco di ogni brano. È un disco per certi momenti notturni, personali, per certi risvegli dove tutto non ci pare sia perfettamente in ordine, e Drake attraverso canzoni tristi e malinconiche sul tema dell’amore e dell’esistenza, paradossalmente ci restituisce serenità. Un album che vive su equilibri delicati, che vanta melodie perfette, un’incredibile tecnica del chitarrista Drake, un’alta qualità del suono, una profonda poesia dei testi, come quando ci racconta in Know:

Sai che ti amo
Sai che non mi importa
Sai che ti vedo
Sai che non sono qui

Questo disco ci porta a volte una tristezza infinita, altre volte una gioia serena che dà più che mai la voglia di vivere, quella che lui fece fatica a trovare; è un monumento alla bellezza dei sentimenti, alla musica essenziale, all’economia degli accordi, alla grandezza della melodia, all’innovazione. E tutto ciò avveniva quando Dylan era al suo zenith “elettrico”, mentre il mondo musicale si interessava ancora, come oggi del resto, alla scomparsa di Hendrix, della Joplin e di Jim Morrison; ecco, in un angolo di tutto questo c’era la grandezza di Drake, lui che non incarnava, come i sopracitati, la fantasia del rock and roll nei suoi eccessi, ma semplicemente la voglia di cantare e suonare la sua musica, che lui stesso forse non ha mai ritenuto all’altezza. Perché Drake era un’artista che si sentiva così spesso a disagio che solo quando cantava riusciva a rimpiangere la perdita di ciò che non aveva mai avuto, l’amore, il successo, la gioia di vivere, senza timidezze, la sua vita. Forse la soluzione al mistero Drake è tutta qui, chissà. E così, mentre l’Inghilterra degli anni ’70 non si accorgeva nemmeno dei suoi primi due album (più commerciali di Pink Moon), così presa dalla musica rock (progressive) o teatrale (glam), il solitario Nick Drake, nato a Yangon, in Birmania (il padre, ingegnere, girò il mondo), nei sui suoi primi due album (Five Leaves Left e Bryter Later) suonava un folk ornato di arrangiamenti lussureggianti, di archi e ottoni, fino al sogno finale, Pink Moon, chitarra, voce e poesia, quasi a rendere omaggio, in un solo album a tutto ciò che aveva sempre amato: Bob Dylan, il romanticismo inglese e la poesia simbolista francese. La copertina dell’album, curata da Michael Trevithick, svela aspetti oscuri e psicologici dell’uomo e dell’artista Drake. Il fuoco del razzo americano verso la “luna rosa”, così come quella folata in basso, sotto la luna stessa, stanno a indicare il viaggio, il “viaggio” di Drake. La luna rosa, a tratti violacea, con uno spicchio di base color arancio, è “coperta” da vari oggetti: una tazzina di caffè, una coda in corda che s’immerge nel mare, una foglia verde e di lato una conchiglia marina che guarda il tutto come se ridesse, con le sue naturali dentature. Anche la faccia triste di un clown sbuca dalla luna. Un mare plumbeo è la base su cui poggia la luna contornata da montagne scure sullo sfondo. Sono i segni più evidenti dallo stupendo e surrealista lavoro dell’artcover Trevithick. La luna è “donna”, per Trevithick e Drake: ha un’unica scarpetta femminile con cui attraversa (grazie a una tavola, cosparsa di colori spenti) l’oscuro mare. Curiosità: Drake custodiva la grafica originale dell’album incorniciata in camera sua.

Durante la notte tra 24 e 25 novembre 1974, fu rinvenuto morto per abuso di sonniferi nella sua abitazione. Nessuna lettera di addio… La tragica fine di questo genio incompreso, chitarrista autodidatta che con Pink Moon arrivò all’Everest del folk, dove nessun altro artista si è mai spinto, a livello musicale. Nessuno escluso, né Dylan né Springsteen. Ascoltate questo album e capirete… cos’è la solitudine.

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