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Paolo Fresu: 60 e non sentirli

Di:Vittorio Pio
Pubblicato il:

Paolo Fresu è il perfetto emblema del jazz che si rinnova nel suo essere contemporaneo. Sessant’anni attraversati con leggerezza, nonostante l’aria plumbea che ha stretto in una morsa infernale tutto il comparto culturale di una nazione ancora a capo chino.

La sua musica ha mille diramazioni e altrettanti rivoli, con l’eccellenza che trova nella gioiosa disciplina applicata il veicolo per raggiungere qualunque obiettivo. Curioso, affabile e carismatico al tempo stesso, Fresu possiede una conoscenza ampia e profonda della letteratura musicale, che poi modella a seconda di ambiti e compagni di viaggio. A febbraio Paolo ha festeggiato un compleanno speciale: per omaggiarlo Rai 5, il suo canale YouTube e la piattaforma di streaming audio Qobuz hanno trasmesso uno straordinario concerto registrato presso la Biblioteca dell’Archiginnasio a Bologna, la città che gli ha aperto le braccia dalla fine degli anni ’80, in cui il trombettista ha intessuto trame filigranate passando dal teatro Anatomico alla sala Stabat Mater, quella dei Diciotto e di Lettura, utilizzando anche i foyer e le ampie scalinate dei giuristi e degli artisti. Con lui le narrazioni di Alessandro Bergonzoni insieme a Daniele Di Bonaventura, Dino Rubino, Marco Bardoscia e il quartetto d’archi Alborada. Una ricorrenza importante che ha costituito lo spunto di questa piacevole conversazione.

Dai 50 ai 60 hai compiuto un giro capillare e pieno di aneddoti per la tua Sardegna, altri palcoscenici in giro per l’Europa fino a questa bella celebrazione bolognese: in questi dieci anni il tuo tempo è passato veloce? Qual è la sensazione che ti ha lasciato?
Per ora una sensazione di vuoto. Assieme al mio collaboratore Luca Devito siamo stati talmente occupati con il progetto dei sessant’anni (sia “Musica da Lettura” che la produzione del triplo cofanetto “P6OLO FR3SU”, edito da Tuk Music), che ora sembra che tutto si sia svuotato. Ma siccome non so stare con le mani in mano e la parola noia non mi appartiene, sono già al lavoro per altro. Tra cui un disco sulle musiche dello Zecchino d’Oro con Cristina Zavalloni e la scrittura del programma del festival Time in Jazz di Berchidda, che questo anno giunge alla XXXIV edizione e che si svolgerà a metà agosto. Attendendo che tanti altri progetti si possano posizionare sui palchi alla ripartenza che spero possa avvenire presto. E poi un libro scritto a quattro mani con il mio agente storico nonché amico Vittorio Albani. Sono 50 ritratti di importanti jazzisti che hanno fatto la storia. Insomma, con i numeri ci rincorriamo… Diciamo comunque che il progetto per i miei 50 anni era stato assimilato giorno per giorno in 50 date. Bologna è stata una corsa verso un giorno in cui sono accadute tante cose.

Il sigillo su questa bella torta è rappresentato da un bel cofanetto in edizione deluxe di 3 CD che ribadisce la tua duttilità…
Volevo che i tre dischi fossero la fotografia di una parte di quello che sono ora a sessant’anni. Dunque tre progetti molto diversi tra loro. Il primo è Heartland, un disco di circa 20 anni fa con la voce di David Linx e con Diederik Wissels, Palle Danielsson, Jon Christensen e un quartetto d’archi. In questo suoniamo due dei miei brani che mi hanno da sempre accompagnato: Fellini (qui con il nuovo titolo Rest From The Word) e Metamorfosi (qui con il nuovo titolo Here Be Changes Made). Il secondo è un disco in trio con Daniele di Bonaventura e Jaques Morelenbaum registrato in pieno Covid con noi in studio ad Udine e Morelenbaum che ha registrato successivamente e a casa sua a Rio de Janeiro dopo la mezzanotte, l’unico momento in cui la città si assopiva nel silenzio. All’interno ci sono composizioni originali ma anche il Laudario di Cortona, Jobim, De Andrè e Fito Paez. E poi c’è Heroes, dedicato a David Bowie. Anche questo registrato nel tempo di pandemia con noi in studio ad Arezzo e Gianluca Petrella a Torino. Un lavoro dal sapore pop con la voce di Petra Magoni, con Petrella al trombone e ai synth e con Francesco Diodati, Francesco Ponticelli e la batteria di Christian Meyer, che ha dato a tutto un’impronta riconoscibile e originale. Il progetto è stato poi messo nelle mani di Andrea “Pelle” Pellegrini per il mix. Un omaggio doveroso quello a Bowie, in quanto con la sua arte, creatività e coraggio ha insegnato tanto a tutti e ha aperto molte porte. Il cofanetto è corredato da sessanta parole (in italiano, sardo e inglese) scritte con il linguaggio Leet e che vorrebbero raccontare che cosa sono oggi e che cosa sono stato. Oltre a queste, le bellissime fotografie di Roberto Cifarelli.

Cosa vuol dire continuare ad appartenere alla Sardegna anche quandosi vive in continente? Una considerazione che offro al tuo pensiero oltrepassando la tua arte…
Significa essere te stesso e portarti appresso ciò che hai appreso e che ti è stato dato. Non sono né un romantico né uno di quelli che quando va all’estero se non ha la pasta non sopravvive. Anzi, amo assaggiare la cucina degli altri, perché sennò che viaggio è? Sono un sardo ad armi pari che sa di avere avuto dall’isola qualcosa di unico che deve condividere con gli altri. La musica è il mio strumento di condivisione e di comunicazione. E il Continente è un luogo in cui arrivavo attraverso un viaggio vero che era quello della nave che da Olbia mi portava a Civitavecchia o a Genova. Una volta sbarcato era poco importante se dovevo andare a Bari o a Bolzano: il viaggio era concluso…

Fra le altre cose che ti vedono impegnato, presiedi anche la federazione nazionale dei jazzisti: quali sono le priorità da affrontare e porgere all’attenzione del Ministro Franceschini in questo tragico frangente di urgenza nel settore che rappresenti ?
Chiediamo al Ministro una data precisa per la ripartenza con regole definite e possibilmente uguali in tutto il territorio nazionale. Chiediamo anche i ristori che non sono stati né sufficienti né capillari ma non vogliamo l’assistenzialismo per una categoria che la pandemia ha messo allo stremo. Piuttosto, che si scriva uno statuto per i lavoratori dello spettacolo in quanto la pandemia non ha fatto altro che portare a galla problemi pregressi che, alla fine di questo incubo, dovranno essere definitivamente risolti. Altrimenti questo sacrificio non servirà a nulla.

Nonostante la piega quasi irreversibile che ha preso il mercato discografico a favore di altre dimensioni e formati, le uscite per la Tuk Music di cui sei il Deus ex machina fluiscono con qualità e costanza. Un’avventura che costituisce una passione, una soluzione o una sorta di ossessione che ti lega insieme al tuo staff?
Direi che rappresenta una grande passione e una risposta creativa all’asfissia del mercato. Facciamo ciò che ci piace e cerchiamo di farlo bene non ignorando l’andamento del mercato ma cercando piuttosto di comprenderlo e di rispondere creativamente. Sia quello fisico che quello digitale. So di essere un privilegiato. Perché non essendo un vero produttore ma un artista penso con un’altra testa. Nonostante questo, abbiamo anche buoni risultati sul piano produttivo e, soprattutto, abbiamo creato una grande famiglia di artisti con la quale condividiamo le passione e grazie ai quali facciamo belle cose. Non solo musicali ma grafiche ed estetiche, coinvolgendo anche le arti e nel rispetto per il pianeta.

Una domanda in apparenza semplice adesso, la risposta forse è più ostica: dopo tanti anni dalla tua personale scoperta, che significato attribuisci alla parola Jazz? È una musica contemporanea nel senso che raffigura al meglio il momento presente?
Il Jazz ha cento anni e ha attraversato due secoli nei quali le cose si sono evolute a una velocità incredibile. Pur essendo musica spugnosa non ha fatto altro che inseguire la velocità, adattandosi e trasformandosi. Dal mio punto di vista, importa poco ciò che è Jazz e ciò che non lo è. Diffidate piuttosto da quelli che dicono che il Jazz è morto con Parker e Coltrane perché sono morti loro, e allora aveva ragione Zappa a dire che il Jazz puzza un po’. Io credo piuttosto che questa musica, nel suo essere contemporanea, continui ad evolversi a dispetto dei conservatori e dei puristi. Altrimenti si rischierebbe di fare una brutta fotocopia degli artisti del passato. E se questa è fatta sulla carta da fax, è probabile che tra dieci anni non si legga nulla. Noi artisti del presente abbiamo la responsabilità di lasciare scritto ciò che siamo. Portandoci appresso il conosciuto che ci appartiene e che, per me, non è solo Miles e Chet ma tanti altri artisti che ho ascoltato e interiorizzato per poter dire di essere un musicista di jazz.

Qual è l’incontro artistico che finora non hai realizzato, oppure spiacevolmente mancato nel corso della tua carriera?
In verità non saprei. La maggiore parte degli incontri della mia vita sono stati casuali e mi piace credere che possa continuare ad essere così. Il rammarico è stato solo di non avere incontrato Miles Davis quando mi fu data l’opportunità di conoscerlo. Da timido scappai come un ladro. Poi mi sono pentito…

Ritorniamo ai tuoi sereni 60 anni: mi dai un ricordo, anche non strettamente dedicato alla musica, per ogni decade lasciata alle spalle?
Da 0 a 10: Sogno e apprendimento. La chiesa, la natura della campagna, gli animali, i visi disegnati dalla forme delle rocce sarde di granito, la scoperta della musica con l’armonica a bocca, la chitarra e poi la tromba.
Fino ai 20: La banda, i complessi di musica leggera, la passione, l’amore.
Fino ai 30: Quintetto, l’apprendimento, la partenza dalla Sardegna, l’autonomia, la prima casa, Bologna e poi Parigi.
Fino ai 40:La dimensione internazionale, la molteplicità dei progetti, le amicizie, l’apertura, i viaggi nel mondo e quelli speciali, in Africa.
Fino ai 50: La maturità, la famiglia, la paternità, la coscienza politica e sociale.
Adesso: Tutto quello che ho scritto in precedenza.

In questi giorni ci ha lasciato repentinamente un gigante come Chick Corea: qual è il suo insegnamento più prezioso?
Chiamai Chick al festival di Bergamo nel 2011 quando ne ero il direttore. Lo ricordo come una persona dolce e affabile;  fece un bellissimo concerto in duo con Gary Burton. Un paio d’anni fa ci siamo rincontrati a Lviv in Ucraina. Suonavamo la stessa sera sullo stesso palco. Io ero lì con Richard Galliano e lui con la nuova versione della Elektric Band. Anche lì fu un concerto ammaliante. La mattina dopo ci incontrammo in aeroporto e ricordo che lui si faceva accompagnare con una carrozzina nonostante stesse benissimo fisicamente. Trovai la cosa bizzarra ma mi spiegarono che molti musicisti americani, arrivati a una certa età, lo fanno perché così il viaggio diventa meno faticoso. È stato un grande del pianoforte. Lirico e mediterraneo ma anche spigoloso all’occorrenza. E pochi hanno rimarcato in fatto che scrisse le “Children’s Songs” (incise per l’avanguardista ECM) per l’infanzia e che queste sono un’autentica delizia. Un bellissimo omaggio al mondo dei piccoli.

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