Bollani, Turner, Frisell, Bodilsen, Lund – Joy In Spite Of Everything

Di:Daniele Camerlengo
Pubblicato il:
Anno di pubblicazione: 2014
Casa discografica: ECM

La bellezza del jazz è in parte merito dell’imprevedibilità del gesto sonoro e dell’intuizione musicale, quel sentire e sentirsi dentro che non ha seconde possibilità, ripetizioni seriali o impeccabili emulazioni. La performance rende specifico l’evento, facendolo diventare un "pezzo unico", da collezione! Una singolare opera alla quale fare riferimento, un flusso di note che empaticamente viaggia nelle menti e nei cuori, proiettando messaggi positivi, di gioia, una gioia che rimarrà tale nonostante le ombre del quotidiano, e renderà migliori le vite di chi produce e riceve musica. Ritrovarsi senza anticipazione alcuna, in studio, sedersi, corteggiare lo strumento e vedere cosa ne viene fuori; così è nato Joy In Spite Of Everything, ultimo lavoro discografico di Stefano Bollani che per l’occasione sceglie un parterre di supereroi: la sezione ritmica è quella del Danish Trio: Jesper Bodilsen al basso e Morten Lund alla batteria. Un legame che dura dal 2002, anno in cui Enrico Rava vinse il premio JazzPar e fu invitato a creare un gruppo con cui suonare nel corso della cerimonia di premiazione e per il breve tour successivo. Enrico Rava scelse Bollani come solista mentre gli organizzatori del premio proposero i danesi. Nacque un’immediata sintonia che portò frutti discografici (tre album: Mi ritorni in mente e Gleda con l’etichetta danese Stunt e Stone in the Water, loro primo lavoro, per la ECM) e televisivi (il programma di divulgazione musicale Sostiene Bollani). Con loro Bill Frisell alla chitarra, un veterano ECM con una carriera trasversale alle spalle, coinvolto per le sue ampie vedute in materia di stili e generi e un suono unico e prezioso, e Mark Turner al sassofono, uno degli interpreti più interessanti della sua generazione, una voce a sé stante che avvalora ogni singolo frammento compositivo. Insieme hanno registrato nove brani presso gli Avatar Studios di New York. Non si tratta certamente di una registrazione che tende a colpire con un ascolto distratto. Il colore è molto neutro e poco frizzante ma in realtà le frequenze più alte ci sono tutte. Sembra che il tecnico abbia preferito rendere il disco non affaticante e il risultato è quello di un album che invita ad alzare il volume (buon segno), anche grazie alla scelta di non comprimere troppo la dinamica generale. Il pianoforte, giustamente in evidenza, è morbido e dinamico; il sax, anch’esso caratterizzato dal sound piuttosto "dolce", è forse lo strumento che risente maggiormente di questa impostazione timbrica generale. Tutta la sezione ritmica è pulsante e si percepiscono, soprattutto ad alto volume, sfumature altrimenti ingiustamente nascoste nelle trame musicali. I piani sonori sono ben percepibili e i musicisti ben collocati nello spazio virtuale.Il disco inizia con il contagioso calypso di Easy Healing; le atmosfere cangianti e i cambi di intensità sono amplificati dai colori del geniale pianismo di Bollani. Si passa dalle rimembranze monkiane di No Pope No Party all’introspezione con Las Hortensias. Il nord Africa incontra la poesia latina in Alobar e Kudra; da un punto di vista tecnico il brano evidenzia in modo perfetto la scelta timbrica operata dal tecnico del suono per tutto l’album, assolutamente omogeneo nelle sonorità e che con Vale garantisce quell’ampio respiro in cui è piacevole individuare i vari piani sonori dei musicisti coinvolti. Teddy, invece, è una composizione pensata per omaggiare il grande Teddy Wilson. Un disco che trae ispirazione dai "giocatori", dai loro suoni, e che presta estrema attenzione alla cura dei vuoti e al loro riempimento, mai banale, corrosivo o saturante. Riuscire a percepire l’intimo scambio tra silenzio e musica nel loro eterno durare è la genesi di ogni capolavoro.FORMAZIONEMark Turner tenor saxophoneBill Frisell guitarStefano Bollani pianoJesper Bodilsen double bassMorten Lund drums 

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