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Un “Cerchio Perfetto” per Pensiero Nomade

Di:Iltremila
Pubblicato il:

“Un Cerchio Perfetto” è l’ultimo lavoro pubblicato da Pensiero Nomade uscito per l’etichetta Filibusta Records a quattro anni di distanza dal precedente.

Deus Ex Machina di questo progetto è il chitarrista Salvatore Lazzara che ci ha raccontata come è nata e soprattutto come si è evoluta nel tempo questa nuova avventura.

Come nasce il progetto Pensiero Nomade?
Pensiero nomade nasce nel 2007 e fondamentalmente è stata una scommessa con me stesso. Dopo l’esperienza progressive con i Germinale, dopo gli studi di jazz a Roma, volevo darmi la possibilità di esplorare la musica in solitaria. Sentivo che l’idea di gruppo musicale, con le sue forme prestabilite, i rituali, i conflitti e le mediazioni, mi stava stretta; da un altro verso, mi sentivo pronto per fare il mio discorso musicale in prima persona, senza intermediazioni. Il primo lavoro solista, Per questi ed altri naufragi, è stato infatti suonato, registrato e prodotto da solo. Da quel momento il progetto è sempre stato “aperto” alle collaborazioni, anche stabili spesso, ma centrato sulle esigenze espressive personali.

Come è stato scelto il nome, ha un significato particolare?
Si, nasce dai miei studi di filosofia, dal pensiero decostruzionista di Gilles Deleuze, dalla sua idea di critica radicale al pensiero dominante e di apertura senza confini. Era un approccio che volevo portare nella mia musica, per produrre un discorso musicale senza barriere di genere, di stile, di modalità compositiva. Ad oggi sento che questo nome rispecchia ancora perfettamente la mia idea di musica.

Il nome dell’album è Un Cerchio Perfetto. Ha un significato particolare per te?
Si può dire che questo è l’album dell’età matura, e si porta dietro tutta una serie di considerazioni, su cosa sono oggi come persona e come musicista. L’idea di un cerchio che si chiude naturalmente mi suggeriva una sensazione di compiutezza, come se finalmente tutto fosse andata al posto giusto, tutte le influenze della mia musica avessero trovato il loro posto. Devo dire che molto del risultato di questo lavoro è stato frutto del dialogo che si è sviluppato, anche se a distanza, con i musicisti che mi hanno supportato, Andrea Pavoni, che ha suonato ma anche composto, arrangiato e scritto uno dei testi, Michela Botti, Edmondo Romano, Davide Guidoni, Luca Pietropaoli. Con Luca ed Andrea avevo già collaborato in precedenza, e si può dire che ormai siano dei componenti quasi fissi dei miei progetti, che non siano mai degli ospiti ma dei tasselli essenziali del suono e della costruzione della mia musica.

C’è un concept dietro i brani del disco?
Si, ma non è qualcosa di particolarmente intellettuale, letterario, per così dire. Non è un’idea, è piuttosto un sentimento: è il ritorno alle mie radici, alla mia terra, la Sicilia, con le sue contraddizioni e la sua terribile bellezza. Su un piano più generale, è la malinconia del ricordo, senza rimpianti, per tutto quello che è stato, la bellezza di poterlo pensare ancora vivo, dentro di me, solo suonando una chitarra.

Nella tua carriera artistica sei passato attraverso diversi generi e progetti, dai Germinale (prog rock) per arrivare a Pensiero Nomade, ma con un paio di lavori anche come Guided by Noise. E’ una scelta? Un’evoluzione? Un naturale fluire?
Ancora prima del prog c’è stata molta new wave anni ’80, il darkwave, il brit pop. Dopo il prog c’è stato molto jazz ecm, la fusion, l’ambient music, il noise e la musica improvvisata. Io sono, fondamentalmente, un musicista curioso, non essendo un virtuoso del mio strumento, preferisco lasciarmi contaminare e trascinare in posti musicalmente sempre diversi, per poi tornare sempre nel mio centro di ispirazione. Oggi sono molto in sintonia con la musica classica contemporanea, con un certo minimalismo non astratto o decorativo, con il jazz non mainstream.

C’è una particolare attenzione alle contaminazioni con altri luoghi del mondo, fuori dai confini di genere?

Senza dubbio. Come dicevo, sono molto curioso, per me la musica è sempre stata viaggio, andare verso quello che non conosco, portarmi un po’ più in là, passare un confine, che prima di tutto è di genere, poi di ispirazioni, forma compositiva, e alla fine anche di costruzione complessiva, di arrangiamento. L’idea di trovare una forma musicale sempre uguale e da ripetere all’infinito mi terrorizza. Certo, questo non aiuta chi mi segue, ma penso che alla fine la coerenza in musica non significhi per forza ripetitività.

La scelta di un mix di tracce strumentali e tracce cantate è casuale o risponde ad un’idea precisa? Quale delle due è prevalente e perché?
Capita a volte di avere delle cose da dire che necessitano di un testo, per le quali la musica da sola non basta. In questo lavoro è stato così per Buio e Magia e per Sul finire. Nel precedente lavoro come Pensiero nomade, Da nessun luogo, c’erano molti più brani cantati, sempre da Michela Botti, proprio perché c’era l’esigenza di affidare alla parola un contenuto preciso e puntuale, che doveva arrivare direttamente, senza interpretazioni, senza la fantasia di chi ascolta. In questo ultimo lavoro non è capitato, c’è molta più apertura, più possibilità di significato.

I riferimenti musicali che hai avuto durante l’elaborazione di questo nuovo disco?
Questo è un lavoro “classico” per molti aspetti, soprattutto quello compositivo; c’è un approccio orchestrale sul piano strumentale, ma mai barocco; con Andrea Pavoni non abbiamo cercato la ricchezza, la ridondanza, ma piuttosto la completezza, il suono è pieno senza essere “affollato” di strumenti. Sul piano della tecnica, e in particolare per il mio strumento, è basato su suoni acustici, la chitarra deve molto alla ricerca di Michael Hedges, di Ralph Towner, contaminata con la musica mediterranea, araba e spagnola. Non si tratta di una strada nuova, molti musicisti hanno fatto lo stesso percorso prima di me, penso a certo jazz alla Dhafer Youssef, o Anouar Brahem, o alla fusion di John Mc Laughlin o di Egberto Gismonti; non si tratta di mescolare, ma di mettere a contatto nature e culture diverse.

La dimensione live del tuo lavoro artistico è presente o prevale la ricerca in studio?
Sono per lo più un animale da studio; devo dire che il lockdown mi ha pesato poco, non avendo particolari pulsioni da palco. Non nego che certi brividi da concerto siano piacevoli da provare, mi capita poco però, forse anche per la difficoltà di trovare le piazze giuste per il mio tipo di offerta musicale.

Chi sceglieresti per un featuring in un tuo lavoro, sia del presente, ma anche del passato?
Posso sognare? Mi piacerebbe mettere su un progetto in duo almeno un paio di chitarristi, uno dei quali è John Abercrombie, l’altro Jacob Bro.

Che tipo di strumentazione hai utilizzato per la registrazione dell’album?
È stata una produzione per lo più digitale, quindi siamo passati per i software di registrazione, editing e mastering delle principali DAW (io e Andrea siamo dei devoti della Mela). Tutte le chitarre sono passate in un preamplificatore valvolare e riprese con due diversi microfoni, con diverse configurazioni: a volte solo in mono, per riprendere un po’ lo stile alla Nick Drake, altro chitarrista che adoro.

Cosa pensi delle nuove tecnologie?
Semplicemente le adoro, soprattutto adesso che suonare significa tante cose, dal concerto dal vivo, alla diretta sui social. Non sono un purista, e penso che avere a disposizione tanta tecnologia al servizio della musica sia una risorsa, che va usata con misura ed equilibrio.

In che modo hai utilizzato i social nel periodo di lockdown e come, secondo te, i social hanno potuto aiutare l’attività degli artisti durante questa fase?
Cerco di stare in contatto con le persone che mi seguono, di tenerli aggiornati delle mie produzioni, ma più spesso uso i social come una piazza per cercare collaborazioni; per me è uno strumento efficace per fare rete fra musicisti, per collaborare in maniera immediata.

Analogico o digitale cosa preferisci e perché?
Dipende dalla produzione: sarebbe bello poter usare solo macchine analogiche, che garantiscono calore e colore del suono, ma non si può farlo sempre, le produzioni oggi sono per lo più low budget. Il digitale permette di produrre addirittura lavorando da casa con risultati accettabili, da migliorare se mai in studio. Certo, non cambierei mai la pasta sonora di un pre valvolare con un plug in, o la meravigliosa imperfezione di un eco a nastro con un’emulazione digitale dello stesso eco. A volte però è necessario scendere a compromessi con un contesto che impone di avere musica da veicolare su supporti molto diversi tra loro, in situazioni che potremmo spesso definire low fi. Personalmente sono però convinto che la qualità del progetto, del percorso di produzione, alla fine paghi sempre. Nel mio piccolo cerco di chiudere un progetto solo quando sono certo di non poter aggiungere più nulla, in termini di qualità ed impegno, a quello che ascolto. E spero che questa attitudine in qualche modo rimanga e venga fuori in chi mi ascolta.

 

 

 

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